Il balcone
Guido Malagoli

La bandiera inglese è davvero improponibile, una specie di croce sbilenca cucita a mano, senza garbo però necessaria. Quella russa e quella americana sono vicine, inconsapevoli della guerra fredda che di lì a poco le terrà distanti e nemiche. Poi quella tricolore dove, guarda caso, manca già lo stemma dei Savoia. La gente. Ma quanta gente c’è su quel balcone che pare debba cadere e schiantarsi sulla piazza da un momento all’altro? Gente affacciata pericolosamente che ride, sguardi che abbracciano la moltitudine di compaesani in piazza che fa onda come il mare. E il rumore, le voci, chi le sente? Esclamazioni, urla di gioia, parole fitte come le rondini intorno al campanile. Nella piazza che si riempie come il fiume in piena, quante manate amiche sulle spalle per salutare chi si conosce e chi non si conosce, vanno bene tutti, chi se ne importa, oggi. Qualcuno parlerà tra poco e dirà parole da tenere in mente per il futuro, da raccontare a casa ai vecchi con le ginocchia rotte dagli anni e alla sera a tutti i bambini intorno al focolare o nella stalla perché ci sarà un futuro per loro, adesso. Una foto in bianco e nero. Questa foto fissa in uno scatto memorabile una giornata d’aprile, il 22 aprile del 1945. Raccontano gli anziani che il vento soffiava gagliardo sulle bandiere e il cielo era senza nuvole. Che giornata, ragazzi! Che si voleva di più? Era domenica e Mandrìn, il campanaro, aveva suonato a festa con tutta la forza, dai e dai a tirare le corde! Ogni volta che lascio l’ombra del voltone del castello ed entro in piazza, il mio sguardo vola lassù a mezza altezza, sopra l’occhio di portico, e si ferma sul balcone.


E’ esattamente lo stesso balcone di quel giorno. Certo, oggi è ridipinto e ridipinta è la parete che guarda il castello sulla quale, fino a qualche anno fa, si intravedevano appena alcune parole scolorite, ma ancora leggibili: “Nel nome del Littorio abbiamo vinto, nel nome del Littorio vinceremo” patetiche quanto inutili oggi, piene di orgoglio fascista e di superbia imperialista ieri, con tanto di M maiuscolo alla fine. Le stesse parole che i bambini imparavano a memoria e recitavano sull’attenti in divisa da Balilla e da Piccola Italiana davanti al Podestà.

 

 

 

 

Io non c’ero lassù, sul balcone, confuso tra le persone stipate come sardine. Avrei voluto esserci per godere la gioia collettiva che montava nei cuori dopo anni di rabbia, di fame, fatica, umiliazioni e violenza. In quegli anni abbiamo avuto i nostri morti, le loro foto sono incorniciate sotto la grande lapide che ricorda i caduti della grande Guerra. Gli occhi di quei ragazzi guardano avanti verso di me mentre io guardo il balcone. E’ un balcone normale con la ringhiera di ferro battuto, elegante nel suo genere, che abbraccia le due pareti d’angolo. Con me ha confidenza, gli strizzo l’occhio e mi parla da tanti anni quando entro in piazza. I figli dei figli delle centinaia di persone della fotografia in bianco e nero, quando arrivano in piazza per andare al mercato, mica guardano in su a mezza altezza, non gliene faccio certo una colpa, ma se gli scappa un’occhiata distratta vedono soltanto un balcone normale dipinto di fresco con l’inferriata normale, il muro normale, senza nessuno che si affaccia e si sbraccia per salutare.
Quel giorno d’Aprile c’era tanta gente , tutto pieno come un uovo, uomini e donne che sorridevano guardando il balcone e il fotografo. Io non conosco nessuno ma posso decidere di far succedere qualcosa, di entrare nei loro pensieri quando e come voglio, come in un sogno. C’è chi ride e chi piange perché ha incontrato un amico dopo tanto tempo, chi sta a bocca aperta con gli occhi sbalorditi, chi maledice i partigiani e gli americani nel suo cuore nero ma fa finta di niente e applaude perché nel mucchio tutte le mele sembrano uguali, invece quello accanto tira fuori dalla tasca il fazzoletto rosso e se lo annoda al collo con la dignità di chi indossa un mantello regale. Sulle spalle vedo fucili e mitra e fiori infilati nelle canne. Ragazze partigiane, ragazze di paese col vestitino nuovo. C’è anche un cane nella fotografia? C’era, io dico che c’era, anche se nessuno lo vede. Gironzola qua e là, attento a non farsi pestare le zampe tanta è la gente. Capisce che quello non è il suo posto, esce di corsa dal voltone, corre in cerca di altri cani solitari che abbaiano dietro il ferro delle cancellate.

Gli uomini e le donne della foto in bianco e nero temo che siano tutti morti, son passati 75 anni ormai, ma il mio ricordo va a loro e li voglio ricordare vivi. C’è chi ha morsicato con rabbia una bomba a mano; chi ha sparato con le mani dure di paura per non piangere perché capiva che il nemico era gente come lui ma andava fatto… Ehi, tu col berretto floscio di lana, hai odiato, tu hai sperato; tu dalla giacca militare hai dormito al freddo in un fienile e indossi ancora gli stivali sporchi di fango; a te giovane donna che mi guardi hanno proibito di seppellire tuo fratello trovato disteso in un fosso; tu – sì tu che guardi in basso con un mezzo sorriso – so che sei stufo di pensare a quello che è successo, pensi al frumento che ha già la spiga gonfia e ti aggrappi inconsapevolmente al mondo che verrà. Oggi è il mese di Aprile ed esplode la festa. Il vento porta via, per una volta, anche le paure.

 

>> “Il balcone di Casa Lugli” << nota storica di Azzurro Manicardi

 

18 novembre 2020