La lapide dei caduti della Grande Guerra
Valdo Maggioli

È sulla destra, appena entri nella piazza dopo il voltone, sotto il portico, dietro alla rastrelliera delle biciclette. Il marmo è rosso veronese con qualche fregio liberty intorno e foglie di alloro. Nomi scolpiti, tanti, troppi, in ordine alfabetico. Chi va in biblioteca punta deciso verso la scala che porta dentro il castello e difficilmente il suo sguardo cadrà sulla grande lapide che è li da sempre, fa parte della parete come la rastrelliera delle biciclette e non ci fai caso come ai quadri di casa tua che sembrano fatti apposta per stare dove stanno e ti accorgi di loro soltanto quando sono storti e senti il dovere di raddrizzarli. Sulla grande lapide che si fa più rosa quando la nebbia lava la patina del tempo ci sono i nomi dei solieresi caduti durante la Grande Guerra. Li ho letti tutti, uno ad uno, quei nomi e non soltanto il 4 di novembre e il 25 aprile quando un cesto di fiori con una fascia tricolore commemora tutti i caduti delle due guerre del secolo breve. I primi erano ragazzi nati nell’ottocento, padri dei bisnonni dei nostri ragazzi di oggi, per lo più contadini che nel 1915 videro il treno e le Alpi per la prima volta nella loro breve vita e lassù videro annegare i loro sogni. Indifesi e ubriachi di fatica subirono la violenza del fuoco nemico, i gas, gli scoppi delle granate, brancolarono nelle trincee umide di fango e di sangue. Videro le acque dell’Isonzo sconvolto dalle bombe e il loro pensiero andò al fiume di casa, così tranquillo, così lontano. Qualcuno disse a quei ragazzi di vent’anni che era dolce e onorevole morire per la patria: “Dulce et decorum est pro patria mori” ma loro comprendevano soltanto le parole della terra e la fatica della vanga che dava da mangiare alle famiglie.
Una dea della Vittoria alata allarga le sue braccia sull’archivolto per proteggere i suoi figli caduti. Quattro lunghe file di nomi e cognomi, uno sopra l’altro, senza date. Ragazzi e padri di famiglia non nati, non morti. Presenti. Quasi tutti nati a Soliera, lo capisci dai loro cognomi che esistono ancora nella nostra comunità ma poi non sai nient’altro di loro, né il mestiere, né chi li pianse, né che faccia avessero. Solo la patria lo sa. Centottantuno nomi, un’intera generazione, senza contare i mutilati, i malati che morirono qualche mese dopo il loro ritorno, senza contare i sogni angosciosi che torturarono le notti di chi sopravvisse. Ogni famiglia versò, in un modo o nell’altro, lacrime.

La biblioteca è a pochi passi, la gente si affretta. La lapide non parla. Se potesse, ricorderebbe il 4 Novembre 1921, terzo anniversario di Vittorio Veneto, quando a Roma la salma del milite ignoto venne tumulata sull’altare della patria e lo stesso giorno la piazza di Soliera si riempì all’inverosimile di persone per la sua solenne inaugurazione. Un baldacchino enorme fu ornato di bandiere fiori e corone, si distesero drappi alle finestre e bandiere sotto gli archi del portico del castello, tendaggi a lutto incorniciarono la grande lapide. Fu esposto davanti a tutti un crocifisso enorme come enorme fu la commozione dei presenti. La guerra era terminata da tre anni appena, le ferite sanguinavano come il primo giorno di guerra, quel 24 maggio che pareva una giornata indimenticabile. L’appello ufficiale rivolto ai cittadini parlò di “marmo eterno e di eterna gloria, di sacrificio dei figli della nostra terra, di inchini riverenti “. Cittadini, diceva, “rechiamo fiori e fiori, simboli d’amore e di pietà”.
E lì portarono i fiori e le preghiere.

La piazza si vuotò ogni anno di più. Il maestro Rubboli, credo, fu l’ultimo a ricordarsi della lapide. Fino agli anni settanta-ottanta accompagnava la sua classe silenziosa a visitare tutte le lapidi commemorative. Tre squilli di tromba di Ciuldèin, in rappresentanza della banda, mettevano sull’attenti gli scolari e i passanti curiosi. Riposo. In silenzio la scolaresca tornava a scuola. Oggi, in classe, si parla soltanto della grande storia e talvolta nemmeno di quella perciò non fa meraviglia che gli studenti facciano un guazzabuglio mescolando Garibaldi e Napoleone, Ciro Menotti e la Grande guerra, fascisti, partigiani, lapidi e cippi locali. Chiedo venia per avere pensato male.
Capitai in piazza il 4 novembre di un anno qualsiasi. Nessuno, la piazza era desolatamente vuota. Da una finestra udii la voce del giornalista della televisione che descriveva la posa della corona d’alloro davanti alla tomba del milite ignoto a Roma mentre saettavano in cielo le frecce tricolori. Mi confortai pensando che quella co-rona valeva per tutti gli italiani, anche per noi che abbiamo dimenticato i 181 ragazzi che non tornarono più alle loro case. Il tempo che passa è meraviglioso e terribile al tempo stesso. Cancella i grandi dolori ma cancella anche i ricordi, smorza i sentimenti fino a farli scomparire. E’ nell’ordine delle cose, nel giro lento delle stelle. Solo un ingenuo può pensare che un giovane possa, oggi, provare emozione quando passa davanti alla lapide mentre s’affretta in biblioteca per cambiare un libro o collegarsi ad internet. I nostri bisnonni si toglievano il cappello quando passavano da quelle parti come al passaggio di un funerale, perché la lapide era sacra come i sassi del monte Sabotino, come l’affresco della Madonna sotto al voltone.
Nel nostro mondo i riti e i cerimoniali sono di altro genere. Nessuna eccezione.
Se una persona – rifletto – non sa riconoscere i segni della nostra piccola storia, vuol dire che quella storia, per lui, non esiste ma è soltanto una lastra di marmo rosa di Verona, una specie di stele di Rosetta che pochi sanno tradurre. Eppure quella pietra muta ne avrebbe da raccontare! Tocca a coloro che sono in grado di leggere le tracce chiamare a sé i giovani e regalargli quella storia. Se non lo fanno il dono svanirà con la prima nebbia.

 

>>“Il nemico era come noi – Modi di dire”<< Modi di dire che derivano da situazioni ed eventi della Grande Guerra.

>>“Il nemico era come noi – Mitragliatrice”<< Maschinengewehr Patent Schwarzlose M.07/12.

>>“Il nemico era come noi – La Grande Guerra tra le Apli”<< Progetto e presentazione di Guido Malagoli.

 

18 novembre 2020