Domenica tra sacro e profano
Velia Leccesi

“Tantum ergo sacramentum veneremur cernuì” Non tutti la cantavano proprio così, la trasmissione orale aveva prodotto delle rime e delle assonanze alquanto bizzarre.
Ma non importa: per pregare non è necessario conoscere il latino.

Sta di fatto che io, quando sentivo questo canto, fosse “cernuì” o fosse “ciuì” esultavo: fra cinque minuti la Benedizione sarebbe finita ed io avrei potuto andare al cinema.
La Benedizione era un rito domenicale che iniziava alle tre del pomeriggio e comprendeva la recita del rosario e delle litanie al termine delle quali, preceduta da canti e preghiere, veniva impartita la benedizione. Il tutto durava poco più di mezz’ora, un tempo sopportabile ma decisamente inserito nel momento sbagliato.
Il cinema cominciava alle due e quando arrivavo io, alle tre e mezzo, il film era già arrivato a metà.
“O così o niente!” era la risposta alle mie rimostranze. E allora … così!

Guardavo la seconda parte, poi una buona dose di Film Luce, poi le anteprime delle prossime programmazioni e finalmente il film dall’inizio: il tecnicolor e il ruggito del leone della MGM erano garanzia di grande piacevolezza.
La mia amica Carlina, non avendo l’obbligo della benedizione, era già sul posto ad aspettarmi con la giusta scorta di sisini e romelline.
Lei era brava ad aprire le romelline con un colpo secco degli incisivi; io no, non avevo pazienza e ingurgitavo tutto, buccia compresa, incurante degli inevitabili mal di pancia del lunedì.
Divoravo le romelline così come divoravo i film.
Che belli! Soprattutto quelli americani a colori, così lontani eppure così intimamente vissuti e compresi.
E quando si tornava a casa, si continuava a ricordare, a immaginare, a rivivere nel gioco.

Io ero Susan Hayward, quella che dopo giorni e giorni di cammino nell’impervia giungla aveva ancora la camicetta stirata e bianca di bucato.

In casa mia c’era un trabiccolo di legno chiamato “al cavalèt” che serviva quando si ritiravano i panni che erano stati stesi ad asciugare.
Quello era il mio cavallo, la mantella parapioggia, legata in vita, formava un’ampia gonna lunga fino alla caviglia e gli stivaletti neri di gomma che la nonna usava in lavanderia erano le perfette calzature per una cavallerizza, proprio come Susan Hayward, con i capelli che, sciolte le trecce, volavano al vento, nel sole del tramonto verso Gary Cooper!

Domenica prossima ci sarà Esther Williams con le danze acquatiche … speriamo che la Benedizione finisca presto!

 

 

 

 

>>“Il Cinema – I nostri cinema”<< Soliera, 18 ottobre 2014.

 

19 febbraio 2021