L'ULTIMA PAGINA DI UN LIBRO BELLISSIMO
Era da mesi che progettavamo questo show, ricreazioni e pomeriggi passati a cercare le giuste canzoni e le mosse più adatte. Ore passate in compagnia delle mie amiche a provare e riprovare le coreografie create esclusivamente da noi. Giorni e giorni passati ad aspettare quel momento.
Era una profumata mattina di primavera, il sole ti scaldava i capelli, il profumo delle margherite fluttuava nell’aria ed io e le mie amiche chiacchieravamo sul prato della nostra scuola elementare.
Tutte noi praticavamo ginnastica ritmica e ci divertivamo a pensare a delle coreografie che poi mostravamo alle nostre maestre.
Sembrava di essere sul palco e il pubblico erano le nostre maestre e i nostri compagni di classe.
Danzavamo leggere, come libellule che svolazzano di qua e di là con delicatezza.
Quella mattina ci venne un’idea geniale, mai prima d’ora nessuno ci aveva pensato: una specie di saggio, formato con tante coreografie inventate da noi, che avremmo mostrato solo l’ultimo giorno delle elementari.
Doveva essere uno spettacolo unico, indimenticabile dal momento che quello era il nostro ultimo anno insieme alle elementari.
Non perdemmo tempo, ci mettemmo subito al lavoro, prendemmo carta e penna e iniziammo a scrivere le prime idee.
“Che ne dite di scegliere un tema?” chiese Sara
“Io preferisco che ognuna inventi un proprio balletto e alla fine creiamo una coreografia tutte insieme. Cosa ne pensate?” ribatté Anna
“Per me è una bellissima idea” risposi “Magari possiamo fare anche una dedica. Per esempio ognuna di noi pensa ad un ringraziamento da fare alla classe e alle maestre, poi l’ultimo giorno di scuola lo leggiamo.”
“Tutte bellissime idee! Mi affretto ad appuntare sul foglio” finì Giulia.
Quel pomeriggio la mia mente era un groviglio di pensieri: ero entusiasta per le bellissime idee che ci erano venute per il saggio, ma ero anche piena di ansia per la paura che qualcosa andasse storto durante l’esibizione.
Il giorno seguente insieme alle mie compagne iniziammo a scegliere, con tanta cura e attenzione le musiche per i nostri balletti. Erano una più bella dell’altra, dolci proprio come quando ballavamo.
Avevamo trascorso tutta la ricreazione al computer solo per trovare una canzone per la nostra coreografia.
Io adoravo quella canzone, secondo me trasmetteva tutto l’amore che avevamo per la nostra classe e le nostre maestre. La canzone era “Buon viaggio”.
Appena la sentimmo ci vennero in mente tutti i bei ricordi trascorsi con la nostra classe, che era diventata per noi quasi una famiglia.
Ripercorremmo con la mente i più bei momenti, dal primo giorno in cui ci eravamo conosciuti fino a quel momento.
Per esempio quando adoravamo inventare giochi per riempire il tempo durante quelle infinite ricreazioni che diventavano così piene di gioia e spensieratezza.
Ci mettemmo subito all’opera per la creazione di questo indimenticabile saggio.
Nel giardino di scuola provavamo ogni possibile mossa, dalla più complessa a quella più semplice.
Creammo anche un gruppo su Whatsapp, così anche da casa potevamo confrontarci sulle idee che ci venivano in mente .
Passavamo ore e ore in video chiamata, per far vedere le mosse che avevamo inventato.
Ci divertivamo tantissimo, ridevamo, scherzavamo e tra una mossa e l’altra, ci raccontavamo delle curiosità che avevamo scoperto a scuola, per questo motivo eravamo sempre a conoscenza di tutto.
Durante una ricreazione nella quale provammo il nostro saggio ci venne l’ennesima idea meravigliosa: volevamo realizzare una maglia personalizzata per tutta la nostra classe e tutte le nostre maestre, con il proprio nome e con tanti decori fatti da noi: ognuno di noi avrebbe avuto un ricordo da conservare per non dimenticare quei cinque anni trascorsi insieme.
Iniziammo così a dividerci i compiti: c’era chi doveva procurarsi le maglie, chi doveva cercare i pennarelli per tessuti,...
Fu difficile ma finalmente trovammo un bel pomeriggio primaverile per incontrarci, unire tutte le nostre idee artistiche e dare loro una forma reale sulle magliette.
Con l’aiuto della musica le idee sembravano materializzarsi e incrociarsi tra le nostre menti.
Tra una canzone e l’altra cantata a squarciagola, una pennellata e l’altra di colore qualcuna anche sulle nostre facce, in un’atmosfera piena di risate, ci rendemmo conto che il nostro capolavoro era terminato.
Ci guardammo soddisfatte e ci divertivamo a immaginarci lo stupore delle nostre maestre e dei compagni quando avremmo svelato loro tutte le nostre creazioni artistiche e consegnato a ciascuno di loro la maglietta personalizzata.
Non vedevamo l’ora che arrivasse il gran giorno anche se gioia e tristezza erano presenti insieme, perché sarebbe stato l’ultimo giorno insieme a scuola della 5C.
Combattute tra questi due sentimenti opposti, le mie compagne ed io ci trovammo in un battibaleno avvolte dagli applausi calorosi delle nostre maestre e dei compagni.
Eravamo soddisfatte e orgogliose di ciò che avevamo realizzato, quei momenti trascorsi insieme sarebbero rimasti per sempre nei nostri ricordi.
Fino a quel momento era prevalso il sentimento di gioia e di aspettativa per la sorpresa nei confronti della nostra classe, ma dopo aver terminato il nostro spettacolo, godendoci i calorosi applausi, ci invase un sentimento nostalgico per i nostri cinque bellissimi anni che erano giunti al termine.
Credo di non aver mai pianto così tanto, eravamo una classe molto unita e avevamo costruito anche con le maestre un legame speciale.
Non riuscivamo più a trattenere le lacrime, si erano trasformate in fiumi che bagnavano le nostre magliette colorate che avevamo disegnato con tanta gioia.
Arrivò il momento di salutarci e di girare l’ultima pagina di un libro della nostra vita bellissimo che avremmo sempre potuto rileggere nei nostri ricordi.
ANCORA OGGI ...
Ancora oggi, di tanto in tanto, ci capita di ripensare con nostalgia agli anni trascorsi alle scuole elementari di Limidi, una piccola frazione del comune di Soliera. Di quegli anni, abbiamo molti ricordi legati ai nostri due Maestri, Mario e Michele, e ai nostri compagni, coi quali abbiamo affrontato momenti indimenticabili, ma anche molto difficili. In particolare, quella assurda mattina in cui abbiamo ricevuto una notizia sconvolgente.
Ricordiamo bene quel giorno. Sembrava una normalissima mattinata. Come sempre, entrammo in classe, prendendo posto nei nostri banchi, nella nostra aula che ormai, dopo cinque anni, era diventata una seconda casa, con i disegni colorati appesi alle pareti, la patata americana del Maestro Michele che germogliava sul ripiano, il profumo di gesso, di disinfettante e di pulito, ormai familiare e rassicurante. Noi due, compagne di banco e grandi amiche dalla seconda elementare, quando Elena arrivò, nel periodo del covid, fin da subito, ci siamo scoperte molto simili e, da quel momento, siamo rimaste inseparabili. Era piacevole ritrovarsi ogni mattina per affrontare insieme la giornata.
Tuttavia, quel giorno, notammo nel Maestro Mario un atteggiamento insolitamente serio, per lui che entrava sempre dalla porta con una battuta e le braccia aperte, verso le quali correvamo per avere il primo abbraccio della giornata. Non ci fu nessuna gara quella mattina, ma rimanemmo tutti immobili e in silenzio. Cosa stava succedendo? Perché il maestro Mario aveva gli occhi arrossati? Ci disse che doveva parlarci di una cosa molto importante, non facile anche per lui da spiegare. Ci sembrò a disagio. Iniziò facendo un ragionamento in generale sulla morte che ci colpì molto perché non capivamo quale fosse il motivo di questo discorso. Rimanemmo in silenzio ad ascoltare, guardandoci l'un l'altro preoccupati. Sembrava che alcuni sapessero qualcosa in più rispetto ad altri. Noi eravamo tra quelli che non avevano idea di ciò che fosse successo.
Poi, come un pugno nello stomaco, l'annuncio arrivò: le parole pronunciate dal maestro rimbombarono nell'aula e nei nostri cuori.
Il nostro Maestro di matematica, inglese e scienze, Michele, era morto improvvisamente proprio quella notte.
Il Maestro Michele è morto?
Michele è morto!
Morto.
È una di quelle notizie che noi, ancora piccoli, non potevamo capire veramente, ma, dopo poco, la metà della classe era già soffocata dal pianto. Noi guardavamo i nostri compagni con aria spaesata, sconvolte e incredule. Cercavamo di capire come fosse possibile che il Maestro Michele, un uomo forte, così legato alla natura, energico, sempre pronto a vivere nuove avventure in giro per il mondo, curioso e allegro, fosse morto all’improvviso, senza neanche salutarci.
Il Maestro Mario ci fece sedere per terra e ci fece meditare, con gli occhi chiusi, come piaceva molto fare al Maestro Michele. Ci sentivamo così vicine a lui, era impossibile crederlo morto. Lo vedevamo lì, alla cattedra, che ci spiegava il mistero della spirale di Fibonacci. Sentivamo la sua voce. Come era possibile pensare che non l’avremmo mai più sentita? Quella voce profonda, chiara, rassicurante.
Poco dopo, il Maestro Mario ci propose di tornare sulle colline dove eravamo stati pochi mesi prima, in un altro periodo difficile, quando era morto il papà di un nostro compagno di classe. Questa volta, però, il maestro Michele non sarebbe stato con noi, lui che in quel triste momento ci aveva sostenuto, spiegandoci che la morte è una cosa naturale, che prima o poi nella vita va affrontata. Tornare su quelle colline ci ha aiutato a ricordarlo non per il fatto che fosse morto, ma per ciò che era e che sempre sarà per noi: un uomo saggio, con una risposta a tutto, originale, ironico e imprevedibile, al punto da averci lasciato sul più bello, a solo un mese dalla fine della quinta.
Nei giorni successivi a quella triste mattina, ci rendemmo conto che a scuola tutto ci ricordava il maestro Michele: la LIM con la quale ascoltavamo le musiche che ci metteva per accoglierci al mattino, la patata americana che cresceva rigogliosa, i pallet che stavamo dipingendo per abbellire il giardino, le canne di bamboo con cui costruivamo le tende durante la ricreazione, che ci aveva portato direttamente dal suo bosco.
Il giorno del suo funerale era una mattina di aprile con un sole bellissimo. La chiesa era piena di gente. Durante l’omelia, l’anziano sacerdote che celebrava la messa non faceva che confondere il suo nome e anziché chiamarlo Michele diceva: “Il nostro caro Daniele”. Pensammo che lo spirito del maestro Michele suggerisse il nome sbagliato al parroco per far sorridere noi, che eravamo lì tutti insieme. Ci stringevamo l’uno all’altro, cercando supporto nei Maestri presenti, anche se era per noi difficile vederli tristi e fragili. È stato un momento molto pesante e di disagio per bambini della nostra età: undici anni sono pochi per affrontare la morte di due persone così giovani, in così poco tempo, ma lo abbiamo superato, confortandoci e aiutandoci a vicenda.
Dopo un paio di settimane, i Maestri di Limidi decisero di piantare nel giardino della nostra scuola un salice per ricordare Michele. Il salice, infatti, era la pianta preferita dal nostro Maestro, che tuttora è lì nel giardino e per sempre lo sarà, come Michele, che amava molto la natura e che desiderava che noi potessimo stare il più possibile in giardino a scoprire i misteri degli alberi e degli insetti.
Quel giorno fu davvero speciale perché, dopo pranzo, vennero a trovarci la moglie e i figli del Maestro Michele. Ci spiegarono di come lui raccontasse di noi e delle nostre avventure quando tornava da scuola e noi raccontammo loro di come fosse interessante vivere a scuola con lui. Abbiamo condiviso il nostro dolore.
Poi, siamo andati in giardino, tutti in cerchio attorno al salice e, una volta piantato, l’abbiamo decorato con fiori e nastri colorati, un momento che ha testimoniato la nostra unione e la nostra forza.
Ancora adesso, abbiamo molti ricordi intensi, ripensando a quei giorni passati insieme. Per noi e per la nostra classe è stato un periodo veramente complicato e lungo, ma ci siamo accorte di aver in qualche modo accettato la morte del maestro Michele perché, quando ripensiamo a lui, ricordiamo solo i momenti più belli: quando giocavamo e scherzavamo insieme, durante la ricreazione, o quando ci raccontava di tutte le sue avventure in giro per il mondo. Sappiamo che lui farà sempre parte della nostra storia perché con lui siamo cresciute e perché, grazie a lui, il nostro amore e interesse per la natura si è rafforzato.
Abbiamo anche capito che la scuola ci ha dato un grandissimo insegnamento, che magari non è utile per scrivere o per saper contare, ma è più profondo e che, come gli altri insegnamenti, porteremo sempre con noi, perché forse è anche più importante di studiare una materia, cosa comunque fondamentale, cioè che la morte è un evento naturale e dobbiamo imparare ad affrontarla e che è più semplice quando lo si fa insieme.
LE API
<< Qual è la risposta giusta?>> chiese la maestra indicando una frase sulla lavagna, una mia compagna alzò la mano e rispose "La"
La maestra disse: << Giusto, bravissima!>>.
Erano le ultime ore del giovedì, noi stavamo facendo grammatica, prima che avvenisse il disastro.
Verso la metà della lezione iniziammo a sentire: zzz, zzz e ancora sempre più forte ZZZZZZZZ.
Una mia compagna iniziò a sudare e a muovere nervosamente il piede, la maestra si alzò per andare a controllare che cosa fosse (palesemente delle api), ma fece l’errore di spalancare la finestra ed entrarono cinque api e due calabroni.
<< Ahhhhhhh!!>> urlò una mia compagna che aveva la fobia delle api.
Io all’epoca non avevo tanta paura delle api come adesso, però mi piaceva fare la scena come se fosse appena entrato Godzilla.
In classe si era appena scatenato il panico: c’erano i maschi che lanciavano alle api qualunque cosa passasse loro per le mani, mentre le femmine urlavano e correvano qua e là perché avevano paura, e meno male che con le api bisogna stare fermi e calmi per evitare che pungano!
Un mio compagno, per fare l’eroe, prese l’iniziativa di farci andare nello stanzino senza prima chiederlo alla maestra, disse: << Veloci ragazzi, andiamo nello stanzino!>>.
E tutta la classe corse nello stanzino come una mandria di bisonti, solo che lo stanzino era una piccola aula che poteva contenere al massimo 10 bambini e un'insegnante, non una classe intera, quindi eravamo tutti stretti come sardine.
Quando chiudemmo la porta tirammo un sospiro di sollievo.
Nel frattempo arrivò la nostra maestra, che era riuscita a chiudere la porta della classe senza che le api arrivassero da noi, mentre noi avevamo chiuso le finestre dello stanzino appena entrati.
Cercò di aprire la porta dello stanzino ma non ci riuscì, allora urlò: "Bambini apritemi, vi siete chiusi dentro!".
Ci eravamo chiusi dentro senza nemmeno accorgerci di chi era stato e così iniziammo tutti a litigare:
<< Sei stato tu a chiudere la porta a chiave!>>.
<< No, sei stato tu!>>
<< No!>>.
C’era un caos totale, finchè un mio compagno, lo stesso che aveva fatto “l’eroe” portandoci nello stanzino, disse: << Ora dobbiamo fare solo una cosa: guardare dappertutto e cercare la chiave dello stanzino>>.
Non so ancora perché, ma dopo quel discorso tutti iniziarono a cercare le chiavi e smisero di litigare, che poi io mi chiedo ancora adesso: ma come fanno dei bambini di otto anni a chiudere una porta a chiave e nascondere pure le chiavi?
Io non le trovai, ma le trovò una mia compagna ed esclamò: << Le ho trovate!>>.
Si avvicinò alla maniglia e infilò la chiave nella serratura… il cuore iniziò a martellarmi nel petto. Girò una volta: la porta non si aprì; girò un’altra volta: non si aprì; girò ancora un’altra volta, mise la mano sulla maniglia e provò ad aprirla… Ci riuscì!
Quando finalmente spalancammo la porta, eravamo le persone più felici di questo mondo, finché la maestra entrò e disse:
<< Bravi bambini! Dato che le api non se ne sono ancora andate, finiremo la lezione di grammatica qui!>>.
NON SO DA DOVE PARTIRE
Non so da dove partire, ma è una cosa difficile.
Mi chiamo Nadia, ho tredici anni, vengo dal Marocco e oggi è il mio primo giorno di scuola in un Paese nuovo. Quando sono arrivata con mio padre tutto mi sembra così diverso.
Non conosco nessuno, non so come studiano qui, non parlo la lingua e mi sento sola.
Avevo un po' d'ansia e un po' di paura. In realtà: tanta ansia e tanta paura.
Quando entro in classe, i miei occhi sono fissi a terra e il cuore mi batte forte. Tutti i miei compagni mi guardano e mi salutano, ma io non riesco a rispondere.
La prof inizia a presentare se stessa e poi i miei compagni, ma io sono persa. Non capisco cosa sta dicendo e ho paura di dire
“Non ha capito” oppure
“Non lo so”.
Ogni volta mi chiede “Hai capito?” e io rispondo "Sì", anche se non è vero.
Per mesi sono stata così.
Ho imparato tante cose, ma non avevo il coraggio di parlare. Credevo che se avessi detto qualcosa di sbagliato, tutti avrebbero riso di me. Non avevo il coraggio di alzare la mano e chiedere qualcosa.
Anche con i miei compagni non parlo tanto, e loro credono che non voglio parlare con loro, ma non è vero. A me non piace parlare tanto, e questo non significa che le persone che parlano tanto mi fanno fastidio. A me mi piace ascoltare gli altri.
Poi, piano piano, le cose sono cambiate.
Ho fatto tante corse e in un anno, sono riuscita a parlare in italiano e capirlo.
Adesso, anche se sono ancora un po’ timida, riesco a parlare con tutti e fare delle cose senza aver paura di niente.
La cuntrèda ed mez
di Carla Montanari
Parecchi anni fa un signore entrò nella macelleria equina di Gianni Montaldi e chiese “Scusi, sto cercando Capobianco. Abita qui?” “Al guèrda chè in cuntrèda a gh’è di venet, di napoletan, di mantuan, mo di indian an n’ò ancora vest!”
Questa era la “cuntrèda ed mèz” , cuore del centro storico di Soliera.
A voler sottilizzare, la contrada di mezzo sarebbe quella che oggi si chiama via Gram-sci ma la sua anima e il suo umore si estendevano anche al breve tratto di via Don Minzoni che va dalla piazza a via Garibaldi. Una specie di T dove le finestre e le porte erano a ridosso, dove le voci, gli odori, gli umori, uscendo dalle quattro mura dome-stiche, arrivavano dritto dritto nella vita degli altri, dove ogni tipo di privacy era negata.
La privacy? Cus’éla la privacy?
Tutti sapevano tutto di tutti, si conosceva ogni forma, ogni piega, ogni punto debole ed ogni punto forte, si condividevano gioie e dolori.
E tutte queste vite che lambivano la tua, vite spesso scomode e difficili, non ti pesa-vano, creavano invece una specie di corazza che non era indifferenza ma la semplice accettazione di quello che è.
C’era la ragazza, ormai zitella, che aveva comperato la medaglietta con la “Madonna del dito” perché, come tutti sanno, “la Madonna del dito fa trovar marito!”
C’era la signora baffuta ed ardente che confessava di essere sempre pronta e desiderosa delle effusioni maritali mentre un’altra, alzando gli occhi al cielo, ammetteva con avvilimento la sua indifferenza al “fatto”.
C’era la Rosina una vecchietta mite e quasi cieca, dirimpettaia della Rusouna, un donnone pieno di energia e di voglia di scherzare: quante burle ha inflitto alla povera inerme Rosina!
C’era poi la bottega di alimentari dell’Ida dal lat dove ognuno, verso sera, munito del suo pentolino, andava a comperare il latte sfuso arrivato dritto dritto dal Caseificio (batteri compresi). La maggior parte delle persone andava a far spesa con il libretto. Il negoziante segnava l’importo della spesa sia nel libretto dell’acquirente sia in un identico libretto che teneva, insieme a tutti gli altri, in una cassettina posta sul banco.
Ogni tanto, quando le persone potevano finalmente disporre di un po’ di denaro, si faceva la somma, si pagava e si poteva tirare una riga che voleva dire “Se Dio vuole, fin qui ci siamo arrivati!” Molto spesso quella riga si tirava quando le donne torna-vano dalla risaia e si potevano pagare i debiti.
C’era la storica ferramenta di Fregni, specializzata in stufe, da cui il soprannome Stu-fino attribuito a Renzo, il titolare. L’intraprendente Stufino era anche l’agente di una assicurazione (forse la prima che comparve a Soliera), mi pare fosse l’Abeille.
Un giorno si presentarono in negozio, con l’immancabile borsa da pelle, due signori “Siamo i testimoni di Geova”. E la signora Zenaide, la moglie, che non li aveva mai sentiti nominare (anche loro erano agli albori) molto gentilmente si informò “ Geova el un c’al g’à avu un incideint?”
C’era poi la Pepina bionda o Pepina dagli òndi, di professione parrucchiera che era mia madre e c’ero io che ero bravissima ad imitare il belare delle pecore. Uno degli scherzi che la Rosouna infliggeva alla povera Rosina era proprio quello: mi faceva belare a più non posso e la Rosina, mezza cieca, imprecava contro i pastori che con le pecore in arrivo avrebbero sporcato tutta la contrada.
C’era Lello, un bimbo down, il bimbo della contrada. Lello aveva le sue regole e le sue rigidità, non tutti gli erano simpatici ma se entravi in sintonia, era dolce e diver-tente. Tutti gli volevano bene.
E c’era pure Capobianco, non era un indiano ma un avellinese. Rimase famoso il viaggio che fecero alla volta di Taurasi con un Ape furgonato, lui, la moglie di stazza ragguardevole e i due figlioletti. Tutta la contrada assistette ai preparativi ma la curiosità di sapere come si sarebbero sistemati per il viaggio non fu soddisfatta perché partirono nottetempo, lasciando ai posteri questo mistero. Una cosa è certa … tornarono sani e salvi!

Questa è la storica “cuntrèda ed mez” nell’asettico
nitore di oggi, ben lontana dal calore e dal colore che
esce da questo racconto.A fine ‘800 venne chiamata Via delle case nuove, oggi
si chiama via Gramsci.

Questa è l’attuale via Don Minzoni che entra a pieno titolo
nel racconto della contrada di mezzo con la quale forma una perfetta T.
A fine ‘800 venne battezzata Vicolo di mezzo, anche se, per tutti, la vera
“cuntrèda ed mez” era (ed è tuttora) l’altra.
E come dimenticare l’Old Mexico, la prima mitica pizzeria di Soliera!? Era un locale piccolo, fumoso e male illuminato, la qual cosa peraltro deponeva a suo favore. I primi tempi non avevano l’acqua corrente e quello che accadeva nel retro del ban-cone era bene che restasse protetto dal buio e dal nostro entusiasmo: era un grande lusso avere a Soliera l’Old Mexico che, per quanto ricordo, faceva comunque un’ottima pizza.
Tutto questo e tanto altro era “la cuntrèda ed mez”!
LA NOSTRA STORIA CON I VERGARA
Flavia Berra
La NOSTRA storia ha inizio quando......
Adriana, Rodrigo e Lina ,la loro figlia di un anno, arrivano a Soliera nel 1974.
Il Comune li ospita in una casa di sua proprietà (abbattuta già da anni) in Via Morello.
In quel periodo era molto diffuso un sentimento di solidarietà internazionale dovuto alla guerra in Vietnam, alla resistenza del popolo palestinese e, appunto, al colpo di stato in Cile.
Avendo noi la loro stessa età e ideali comuni, è stato quasi inevitabile incontrarsi.
Abbiamo trascorso parecchi anni di frequentazioni e amicizia, anche perchè avevamo figlie quasi coetanee.
Inoltre per diversi mesi Adriana e Gianni hanno lavorato nella stessa fabbrica (Seriscreen).
Rodrigo invece per alcuni anni ha svolto vari lavori necessari alla "sussistenza": in una porcilaia, in una cantina vinicola, come autista di mezzi pesanti....
Ha poi intrapreso una attività nel campo delle traduzioni e dell'editoria, che lo ha portato ad ottenere un ruolo molto importante nel settore.
Per anni i nostri figli (era nato intanto, nel 1978, Marcos, il loro secondogenito) sono cresciuti insieme: Rodrigo e Gianni hanno trascorso parecchie domeniche in piscina a Carpi con loro, che frequentavano i corsi di nuoto.
Indimenticabili, inoltre, le partite a calcio giocate nel campo dell'Università di Modena: "Sudamerica contro il resto del mondo"! In quel periodo, a Modena, erano presenti parecchie persone di origine sudamericana: poco dopo la metà degli anni '70 c'era stato un colpo di stato in Argentina, quindi molti argentini di origine italiana erano ritornati in Patria. Anche dal Centramerica, dopo vari colpi di stato, molti giovani avevano espatriato arrivando anche in Italia. Analogo discorso per palestinesi e libanesi. Gli italiani invece erano quasi tutti reduci dalle lotte del '68...
Si iniziava la partita 7 contro 7 e si proseguiva 15 contro 15.......Quando poi, per sfinimento e impegni vari, si ritornava a 7 contro 7, la partita era conclusa. Tutte le domeniche, immancabilmente, si finiva con un litigio....pronti comunque la domenica successiva a riprendere una nuova partita, più amici di prima!
In quel periodo io frequentavo l'università e, dovendo superare un esame di spagnolo, chiesi l'aiuto di Adriana che, in cambio, chiese di imparare l'italiano. Il patto era che quando una di noi entrava nella casa dell'altra, si doveva parlare solo quella lingua! L'esame andò bene e Adriana imparò l'italiano.
La frequentazione, col passare degli anni, si è affievolita: impegni di lavoro, figli già grandi, esperienze di vita diverse...
Quando ci si risente o ci si rivede però, anche se sono passati anni, è sempre una gioia!
>>"Storia di Rodrigo"<< da contadino a "genio" di Internet.
>>"Santiago, Italia"<< di Nanni Moretti, 2018, Italia. Nel documentario è presente un'intervista a Rodrigo Vergara.
>>"L'accoglienza dei rifugiati del Cile"<< nota storica di Guido Malagoli.
9 ottobre 2021
PROGETTO CHERNOBYL
IL COMITATO CARPI NOVI SOLIERA
Costituitosi ufficialmente nel 1995, dopo una prima esperienza di ospitalità da parte di un gruppo di famiglie carpigiane nell’anno precedente, ha sviluppato la propria attività avendo a riferimento tre temi principali e tra essi interconnessi : INFANZIA – SALUTE – AMBIENTE.
Tutti temi che riguardavano le conseguenze dell’ incidente alla centrale nucleare di Chernobyl del 26/04/86.
Dal 1995 al 2006 il principale intervento è stato quello dell’ ospitalità di bambini proveniente dalle regioni più contaminate della Bielorussia per un mese presso le famiglie del nostro territorio, regolato e coordinato da “ Legambiente Solidarietà”, branca nata specificatamente da Legambiente.
In totale sono stati 420 i bambini e le bambine ospitati in questi anni, grazie al coinvolgimento di oltre 250 famiglie, istituzioni pubbliche e private, aziende del territorio, scuole, società sportive e privati, un progetto che ha evidenziato e alimentato la sensibilità solidale presente nelle nostre comunità.

Parallelamente, negli anni, si sono pensati e realizzati altri interventi verso il territorio bielorusso, quali forniture di materiali ed attrezzature sanitarie, interscambi formativi di personale medico dell’ ospedale di Gomel, il finanziamento, con altri comitati nazionali, e la costruzione di un ambulatorio mobile con ecografo destinato alle campagne bielorusse per la diagnosi precoce dei problemi alla tiroide con particolare attenzione all’ utenza infantile.
Interventi volti a sviluppare progetti di solidarietà, interventi umanitari e, successivamente, di vera cooperazione.
Dal 2007, poi, l’ ospitalità si è spostata direttamente sul territorio bielorusso grazie ai protocolli firmati con il Centro Nadjeida, in una zona non contaminata, all’ avanguardia per capacità di assistenza sanitaria, alimentare, pedagogica e gestita secondo criteri di sostenibilità energetica ed ambientale.
Da quell’ anno ad oggi sono stati 380 i bambini e le bambine che hanno potuto usufruire di un soggiorno terapeutico presso il centro grazie alla nostra associazione.
Il COMITATO PROGETTO CHERNOBYL DI CARPI, NOVI, SOLIERA ha dedicato parte delle proprie energie anche sul proprio territorio sempre con particolare attenzione all’ infanzia.
Così è intervenuto in appoggio al reparto di pediatria dell’ Ospedale Civile B. Ramazzini di Carpi nel creare momenti di gioco per i piccoli ricoverati, con aiuti alle scuole del Comune di Novi in occasione del terremoto del 2012 e al Comune di Bastiglia per le conseguenze dell’ esondazione del Secchia del 2014.
Abbiamo poi collaborato con i Servizi Sociali dei comuni di Carpi e Novi a sostegno di alcune realtà familiari disagiate supportandole nella gestione dei figli.
Continua tutt’ ora, poi, anche l’ attività di sensibilizzazione su tematiche ambientali e solidaristiche nelle scuole secondarie primarie e secondarie con progetti coordinati dal CSV e unitamente ad altre associazioni di volontariato locali, così come la partecipazione ad eventi pubblici sempre legati alle tematiche ambientali.
E’ di quest’ anno l’ accordo sottoscritto con UNIMORE per l’ istituzione di un premio di laurea magistarle della durata di tre anni accademici per la migliore tesi riguardante il tema “ Tutela dell' ambiente e sviluppo sostenibile”.
Uno sguardo verso il futuro, verso le nuove generazioni e le nuove competenze sempre più indirizzate alla salvaguardia dell' AMBIENTE – SALUTE – INFANZIA.

>>"L'accoglienza dei bambini di Chernobyl"<< nota storica di Guido Malagoli.
SOLIERA A BRACCIA APERTE
Guido Malagoli
Nella foto: Vincenzo Apparuti con Paolo Miglioli un bimbo di Zocca che la sua famiglia accolse nell'immediato dopoguerra
Mi dicono: scrivi qualcosa sull’importanza dell’Accoglienza a Soliera.
Eh già, Soliera, i solieresi, hanno una lunga storia di accoglienza, basta guardarsi intorno e guardare indietro. Gli esempi non mancano per scoprire l’animo buono della nostra gente.
Penso all’accoglienza nel 1946 dei bambini Napoletani a quelli di Terracina e del nostro Appennino martoriato dalle stragi; penso a mamma Nina, all’alluvione spaventosa del Polesine che obbligò migliaia di persone a fuggire da quella disgrazia; penso alla chiusura dei manicomi dopo la legge Basaglia; penso ai rifugiati del Cile che giunsero in Emilia per sfuggire alle violenze di Pinochet; penso ai bambini colpiti dalle radiazioni di Chernobyl …
Ho pensato. E’ giusto che tutti i solieresi di oggi e di domani conoscano questi fatti che sono la nostra storia, però sono perplesso.
Non vorrei fare il difficile se dico che mi sembra corretto iniziare analizzando la parola Accoglienza, con la A maiuscola. Il dizionario dice che è “l’atto di accogliere, di ricevere una persona e può essere fredda, affettuosa, festosa, cordiale” eccetera.
Questa spiegazione però non mi basta. Voglio di più. L'accoglienza, dicono i saggi, è un'apertura, come le braccia del Cristo. Chi viene ricevuto viene fatto entrare in una casa, in un gruppo, in sé stessi. Dunque accogliere vuol dire mettersi in gioco, è un concetto che va oltre la buona abitudine dell’ospitalità perché porta in primo piano le persone, chi accoglie e chi è accolto. Dunque nell’accoglienza ci sono due persone che entrano una nell’orizzonte dell’altra.
Adesso ne dirò una grossa:
sottoscrivere un appello, mandare denaro a distanza, partecipare a marce per esprimere solidarietà contro le vittime dei più gravi misfatti può essere definito accoglienza? Quando il ragazzo nero con il borsone suona al campanello di casa mia, gli stringo la mano e scambiamo le solite due chiacchiere ciao stai bene, beh coraggio, oppure incontro quell’altro appoggiato alla colonna del bar o della Coop che mi saluta per abitudine per avere la moneta del carrello e nemmeno mi riconosce, è accoglienza o scarico di coscienza? La mia coscienza.
Io credo di fare bene a dare un segno tangibile, anche la moneta serve, non c’è dubbio, ma credo che sarebbe necessaria una specie di metamorfosi collettiva per ripensare al significato di vivere civile insieme. Sono convinto che anche i gesti isolati vadano bene ma so altrettanto bene che non risolverò i diritti fondamentali dell’uomo col borsone che suona il campanello se non riesco a leggere insieme i bisogni miei e quelli dell’altra persona. Solo così può nascere un vero aiuto. Io provo disagio quando penso: se gli regalo la moneta gli consento di mangiare un panino oggi, ma domani che ne sarà? Questo senso di disagio lo provo anche quando vedo certi ragazzotti venuti da lontano seduti sul muretto davanti al Municipio, senza lavoro, senza futuro, in chiacchiere che non comprendo o in silenzi che mi allontanano. Dopo un po’ queste persone diventano invisibili e non le vedo più.
Alcuni di questi stranieri di varia provenienza cercano in qualche modo di sbarcare il lunario, qualcuno lavora, qualcuno è inoccupato, qualcuno consuma le scarpe sulle strade del nostro paese. Il cibo, in un modo o nell’altro, lo procurano, sono tante le organizzazioni caritative esistenti, ma di certo faranno fatica a trovare una vera “dimora” per affermare il loro diritto all’esistenza. La solidarietà, l’aiuto, la generosità, l’elargizione sono tutti principi importanti che stanno alla base dell’accoglienza, sono un completamento, ma non sono la stessa cosa.
Dopo questa lunga riflessione torno a noi. Mi soffermo sugli episodi di accoglienza del passato e mi convinco che i nostri vecchi avevano in mente la mia idea di accoglienza, quella che mi convince.
Era appena terminata una guerra spaventosa, venti mesi di terrore e di miseria, le famiglie solieresi potevano finalmente tirare il fiato e aggiustarsi le ossa eppure, nello stesso tempo, maturarono idee grandiose nel loro cuore. Pensarono che intorno al tavolo dove, pur tra pesanti ristrettezze, si mangiava in dieci si poteva mangiare anche in undici, decisero che dove dormono in dieci si poteva dormire anche in undici, si poteva stare insieme, ridere insieme, guardare gli occhi dell’altro e parlargli per confortarlo, capire la sofferenza degli altri. Un passo da gigante nelle coscienze: non più io e gli altri, ma NOI. Questi noi, oltretutto, e ciò è ancora più lodevole, venivano da lontano, da terre sconosciute lontane anni luce per quei tempi.
Tanti furono gli esempi di accoglienza, alcuni apparentemente piccoli, che meriterebbero ugualmente di essere menzionati. Si pensi, ad esempio, a coloro che misero in salvo il paracadutista inglese atterrato fortunosamente a Soliera. Lo nascosero rischiando la pelle. Quanti contadini, quante famiglie di Soliera diedero ospitalità ai partigiani nei loro fienili, nelle stalle, nelle botti sepolte in campagna, e li nutrirono, li vestirono, soffrirono insieme, misero in pericolo se stessi e le loro case. Si dirà: la crudeltà della guerra cementa i destini dei cittadini della stessa città, come fanno i fratelli di fronte al comune pericolo. Gesti eroici. Evidentemente questo cemento si è sedimentato nel cuore dei solieresi anche dopo la guerra e si è manifestato durante le lotte operaie, gli scioperi per il diritto al lavoro offrendo solidarietà e aiuto ai disoccupati, ai licenziati, ai braccianti privi di qualsiasi mezzo di sopravvivenza.
Uno degli esempi più grandi fu l’accoglienza che tante famiglie solieresi donarono ai bambini del Sud dal 1946 al 1953. Centinaia di bambini sopravvissero grazie al posto a tavola offerto da famiglie contadine, gente semplice che aprì la porta di casa col sorriso sulle labbra e li protesse come figli per mesi, talvolta anni, talvolta per sempre.
Credo che la nostra terra possieda un segreto trasmesso di generazione in generazione che ha mutato il nostro Dna. E’ un anticorpo resistente contro ogni forma di egoismo. Quando sia avvenuta questa mutazione genetica nessuno può saperlo anche se azzardo un’ipotesi. Nella realtà operaia e contadina dei nostri bisnonni, quando in una casa friggevano le frittelle era consuetudine portarne al vicino di casa, o un pezzo di gnocco o un piatto di frappe per i ragazòo perché la porta del vicino non aveva la chiave, era aperta come se fosse una stanza in più e, al contrario, nessuno si sentiva in debito quando andava a chiedere un po’ di sale o una scodella di farina. Se le porte erano aperte, tuo figlio era mio figlio, il tuo dolore era il mio dolore; i cortili, il ritrovo nelle stalle dopo cena, univano la gente come il sudore della fronte nei campi quando si beveva dallo stesso fiasco. Avevi bisogno del biroccio per spattinare a S. Martino? C’era chi ti prestava biroccio e cavallo; dovevi vendemmiare, trebbiare, macellare il maiale, dovevi tirarti su da un’annata di carestia per la siccità o la tempesta? Amici e parenti si facevano vivi, richiamati da quella benedetta forza primordiale chiamata “aiuto reciproco” che accompagnò l’uomo da Adamo ed Eva verso la civiltà ... Anche i figli di una famiglia numerosa che stentava a campare venivano accolti dalle zie e dalle cognate come se fossero nati dal loro ventre o piovuti dal cielo. Succedeva, e quei bambini dicevano di avere due madri.
Gli anticorpi si fecero forti e resistenti. Non dico che il mondo di allora fosse bucolico, anzi, permanevano talvolta feroci rivalità ed egoismi nel cuore di certe persone le quali, non avendo subito la mutazione, rimasero “ ferini belluini e bestioni” cioè peggio delle belve selvagge come li definì il filosofo Vico. La grande maggioranza dei solieresi, però, continuò a portare le frittelle al vicino su un foglio di carta gialla.
Oggi sembra che la virtù dell’accoglienza con la A maiuscola sia assopita, troppi esempi testimoniano il potere negativo dell’individualismo come se l’antico Dna fosse nascosto dietro le cancellate chiuse a chiave delle nostre casette, incapace di uscire all’aperto. Sembra, ma basta un qualsiasi evento eccezionale per alimentarlo nuovamente e farlo lievitare. L’abbiamo visto il giorno dell’alluvione nel 1966, si è manifestato il giorno del terremoto nel 2012 quando i solieresi si preoccuparono della salute dei vicini, si fecero coraggio l’un l’altro, si rimboccarono le maniche per unire le forze, si ritrovarono a pranzare insieme nei cortili; lo vediamo ogni giorno nel sorriso di coloro che fanno volontariato con gli anziani e gli accarezzano la mano; è vivo quando si va all’Avis a donare il sangue; è presente quando si insegna la lingua italiana ai bambini e agli adulti stranieri. C’è, l’antico Dna c’è ancora, statene certi come la brace sotto la cenere che al bisogno s’accende.
Gesti di accoglienza esemplari furono quelli che abbiamo nominato all’inizio di questa riflessione e che ora potrete approfondire con i link che avete a disposizione a piè di pagina ...
>>“Le ragazze di Mamma Nina”<<
>>"I dimessi dell'ospedale psichiatrico"<<
>>"I montanari nelle scuole di Soliera"<<




