Cantiamo? Cantiamo!
Giulio Pirondini

Chi non conosce la famosa frase “Cantare significa pregare due volte”? Attribuito a S. Agostino, questo detto viene spesso tenuto pronto all’evenienza, anche da parte di cori impegnati in repertori di musica classica e sacra (come noi siamo), quasi per acquisire maggior consapevolezza di sé o per giustificarsi di fronte agli altri. Come per dire al pubblico: “Sì, sappiamo di eseguire un repertorio difficile, sicuramente non di ‘massa’, il cui ascolto richiede attenzione, sensibilità e che a volte può apparire anche noioso … ma a noi piace e vogliamo condividere con chi ci ascolta i capolavori del passato che hanno fatto la storia della musica, nella speranza che la nostra passione possa contagiare anche voi”.

E qui veniamo al punto e ai nostri giorni. Contagiare. C’è forse un verbo più attuale di questo al momento? Iniziamo subito col dire che, naturalmente la situazione pandemica, che dal 2020 ha colto tutti di sorpresa, non poteva non intaccare profondamente anche la vita di un gruppo corale come il nostro. Cos’é che rende Coro un coro? Qual è la caratteristica fondante che possiamo ritrovare in tutti i cori, indipendentemente dalla tipologia del gruppo, dalla provenienza, dal repertorio? La risposta appare scontata: cantare insieme. Un coro è un vero e proprio strumento musicale, al pari di un pianoforte, di una chitarra o di una voce singola. Un coro tuttavia è ancora di più: è esso stesso uno strumento musicale ma contemporaneamente è un insieme di strumenti musicali, di singole persone, diverse, che si ritrovano mosse dallo stesso desiderio e dalla medesima passione. E quando tante medesime passioni si ritrovano fianco a fianco, a cantare insieme nello stesso momento, nella stessa sala prove, durante la stessa esibizione pubblica … è allora che scatta la magia.

Cantare insieme è magico e allo stesso tempo davvero emozionante. Non è soltanto un bel passatempo ma anche uno dei momenti di più alta socialità, di stretta aggregazione, se non, addirittura, di sana “terapia” individuale e di gruppo. Ed è proprio per questo motivo che abbiamo ritenuto – oltre che giusto e rispettoso nei confronti di noi stessi e degli altri – coerente con la nostra idea di Coro, non sfidare la situazione sanitaria attuale, ma capirla; non rischiare di trasformare la nostra passione in uno sfogo egoistico, ma fermarci. E non è stato facile fermarsi. Non è stato bello.

Perché nel corso di questi ultimi anni diverse cose belle sono accadute nella vita di questo coro. La più importante e preziosa è stata la collaborazione con il coro G. P. da Palestrina, di Carpi. Il concerto di Natale 2017 presso l’Auditorium S. Rocco di Carpi – quando questi due gruppi hanno potuto cantare insieme per la prima volta – ha aperto occhi e cuori a tutti noi. Perché non provare a dar vita ad un nuovo organismo? Perché non permettere alle nostre passioni di moltiplicarsi? Perché non provare ad avvicinarci agli altri, parlarci, capirci e… cantare insieme? O meglio, se possibile, cantare ancor PIÙ insieme?

E fu così che i due cori si unirono e nacque “CorInCoro”. Un’operazione non facile, poco consueta, ricca di insidie e soprattutto per nulla scontata. CorInCoro si è esibito in diverse occasioni e in vari contesti: rassegne promosse da Aerco (Fiumi di voci, Coriamo); tradizionale concerto annuale della Desolazione di Maria, riproponendo l’opera del M° G. Savani; animazioni liturgiche presso il duomo di Modena, in collaborazione con Ascamn; rassegna corale “Armonia del Canto”; rassegna corale “Do, re, mi, fa .. Soliera!”; concerti di Natale, … Insomma: questa sì, una vera magia.

 

L’altra sera stavo riflettendo su una domanda sciocca. Che vita ha un coro? Quanto può durare? La vita delle persone che lo compongono? Così come è nato, è destinato a finire prima o poi? Lo abbiamo già detto: un coro è uno strumento musicale. E come tutti gli strumenti, può suonare meglio in certe condizioni, in certi periodi; può consumarsi, impolverarsi, avere bisogno di riparazioni. Naturalmente, può anche rompersi e non funzionare più. Diverse persone, coristi e coriste, amici e amiche, voci che da sempre esistevano nel nostro coro (e che immaginavamo potessero sempre esistere insieme a noi) ci hanno lasciato nel corso degli anni. Ma hanno anche lasciato un grande ricordo indelebile di se stesse e del loro entusiasmo. Vorremmo dedicare anche a loro queste parole e portarle con noi quando ritorneremo a cantare insieme, dopo questa lunga e forzata pausa.

Quando un pianoforte viene abbandonato in soffitta e nessuno lo suona più, come minimo si scorda. Con un coro la questione è ancor più delicata, non abbiamo a che fare con tasti, avorio e legno ma con persone. Ciò che lega queste persone tuttavia è enormemente più forte di colla, chiodi e viti. È la voglia di stare insieme e di provare insieme le stesse emozioni, attraverso il canto. Di sentirsi uniti nella diversità.

È vero, tutti conoscono la frase “Cantare è come pregare due volte”. Ma pochi forse la ricordano per esteso, in latino: “Qui bene cantat bis orat”. Chi canta BENE, prega due volte. Noi abbiamo sempre cercato di imparare a farlo. Lo abbiamo fatto fin dall’inizio, lo stavamo facendo fino allo scorso anno e anche quando ci ritroveremo, continueremo a farlo.