AL PRINCIPIO ERA UN GIOCO
Al principio, era un gioco. Anzi, era il mio gioco preferito: i quattro cantoni. Ci riunivamo durante la pausa mensa e giocavamo tra i grandi alberi, che ombreggiavano il cortile della scuola. Ero una bambina felice e lo sapevo. Spesso ero io a decidere il gioco da fare. La mia naturale socievolezza mi rendeva una compagna di giochi molto gradita, perché avevo sempre idee originali, adatte a tutti. Se qualcuno non amava il gioco proposto, ne cercavo un altro che ci mettesse d’accordo, oppure facevamo a turno. E ci divertivamo sempre, insieme.
Poi un giorno, per la prima volta, mi hanno esclusa, e io mi chiesi il perché.
La seconda volta mi permisero di giocare, ma Matteo mi spinse così forte da farmi cadere a terra. Capii che lo aveva fatto apposta non appena vidi il sorriso stampato sul suo viso.
La terza volta, quando cercai di giocare secondo le loro regole, strappai la sua maglietta, strattonandolo. Ricordo ancora il mio sgomento per quello che avevo fatto, seppur involontariamente. Da quel giorno smisi di giocare e Matteo ottenne quello che voleva.
In seguito, iniziarono a ridere di me. Matteo non c’era più, ma al suo posto c’era il gruppo. A volte ridevo anch’io con loro, per far capire che non mi interessava nulla delle prese in giro. Altre volte gli chiedevo di smetterla, ma loro iniziavano a ridere ancora più forte. Mi chiamavano Prosciutto, perché dicevano che le mie cosce sembravano dei prosciutti. Per dieci anni, ho sognato di potermele affettare via, quelle cosce.
Così smisi di essere una bambina socievole e diventai una ragazza introversa, silenziosa, riservata. Il mio obiettivo, in qualsiasi situazione mi trovassi, era non farmi notare, tenere un profilo basso. Se nessuno si accorge di te, non possono prenderti in giro. Quello era il pensiero che mi ripetevo costantemente, giorno dopo giorno, durante le scuole medie.
E con quel senso di inadeguatezza e intorpidimento emotivo, mi recai a scuola anche quella mattina di febbraio. Me ne stavo tranquilla al mio banco, intenta a scarabocchiare distrattamente senza farmi notare. Era giornata di interrogazioni di scienze: l’apparato riproduttore.
“Alessio e Giacomo smettetela subito! Non avete risposto decentemente a nessuna domanda e avete anche il coraggio di sghignazzare?” La prof.ssa Minetti non era certo nota per la sua pazienza. Era severa sì, e molto esigente, ma mai inopportuna. Pretendeva rispetto e, se rimproverava qualcuno, aveva sempre un buon motivo. “Sentiamo qualcuno altro… Sara! Dimmi qual è il ruolo dei testicoli, possibilmente senza fare la spiritosa”.
Io alzai la testa di scatto per la sorpresa. Non pensavo di dover stare attenta e non avevo capito la domanda.
“Allora? Non lo sai neanche tu?” si spazientì la professoressa. Tutti mi stavano fissando, sentii il rossore salirmi dal collo fino al viso. Ero pietrificata dal panico per la brutta figura che stavo facendo. A dispetto del mio fallimento sociale, a scuola ero molto brava e i professori erano orgogliosi di me. Ero già brutta e grassa, non volevo diventare anche stupida. “Mi può ripetere la domanda, per favore?” bisbigliai imbarazzata.
“Lasciamo perdere!” gridò la professoressa Minetti. “Devo metterti una nota, non è possibile che non riusciate a stare attenti neanche durante le interrogazioni. Un meno a tutti, siete solo dei bambini ignoranti.”
Ci rimasi molto male. Passai il resto della giornata a pensare che era stata colpa mia se la professoressa si era arrabbiata. Non era il brutto voto ad impensierirmi, ma la convinzione che anche un adulto – e non solo i miei coetanei – pensava che fossi inadeguata. E che qualsiasi cosa cercassi di fare per essere meritevole, non sarebbe servita a farmi accettare.
Così, con quell’ulteriore conferma alle mie insicurezze, tornai a scuola anche il giorno successivo, e quello dopo ancora. C’era di nuovo la professoressa Minetti quel venerdì mattina ed io ero attenta e preparata.
“Sara, dimmi qual è il ruolo dei testicoli nell’apparato riproduttore maschile.”
“I testicoli producono gli spermatozoi, le cellule che servono per la riproduzione, e il testosterone, l’ormone maschile fondamentale per lo sviluppo e la corretta funzione riproduttiva”.
“Molto bene, vedete ragazzi che si può rispondere anche senza ridere?”
Poi proseguimmo il resto della lezione andando avanti con il programma fino al suono della campanella. Era una bella giornata, così molti miei compagni si precipitarono in cortile per la ricreazione, mentre io rimasi in classe a ripassare per le materie successive, come facevo sempre.
La professoressa mi chiamò, chiedendomi di avvicinarmi alla cattedra.
“Devo chiederti scusa, Sara” mi disse guardandomi negli occhi. “L’altro giorno sono stata scortese senza motivo. Ero di cattivo umore, i tuoi compagni mi hanno fatta arrabbiare e me la sono presa con te.”
Io la fissai basita. “Non importa, non è successo niente” riuscii a rispondere.
“E invece importa, perché tu non hai fatto nulla di male e io ti ho mortificata davanti a tutta la classe. Non avrei dovuto farlo, quindi scusami”.
La semplicità con cui mi parlò, mi colpì profondamente. Fu un discorso come tanti, solo che quella conversazione di cinque minuti cambiò la mia prospettiva verso me stessa e la mia situazione. Il fatto che una persona adulta si scusasse con una tredicenne per un proprio errore mi rese consapevole degli altri, dei loro limiti e del loro potere su di me.
Capii che, come si era sbagliata lei, forse anche gli altri si sbagliavano. Solo che, al contrario della professoressa Minetti, non erano capaci di chiedere scusa.
Fino ad allora avevo creduto che, se qualcuno mi trattava male, il problema fossi io. Se ridevano di me, era perché c’era qualcosa di ridicolo in me. Se mi escludevano, era perché non meritavo di essere inclusa. Non avevo mai preso in considerazione l’idea che potessero semplicemente sbagliarsi.
Il cambiamento non fu immediato, certo. La paura di non essere accettata non svanì di colpo. Le insicurezze rimasero, così come la mia abitudine a tenere un profilo basso. Ma un seme dentro di me iniziò a germogliare. Quando venivo presa in giro o criticata, mi chiedevo: e se si sbagliassero?
Se il problema non fosse mai stato nelle mie cosce, nei miei vestiti, nel mio modo di parlare o di correre? Se il vero problema fosse la loro insicurezza, il loro bisogno di sminuire gli altri per sentirsi migliori? Dopotutto, sentirci migliori non è quello che auspichiamo tutti? Solo che alcuni lo fanno ammettendo i propri errori, mentre c’è chi preferisce inventare difetti negli altri, pur di non guardare in faccia i propri.
Così, pian piano, smisi di sentirmi inferiore. All’inizio era un pensiero piccolo, fragile, ma mi bastava per andare avanti e col tempo, quel pensiero divenne una certezza: io non ero sbagliata. Negli anni, c’è stato chi ha provato a farmelo credere e ancora oggi qualcuno riesce a farmi dubitare, a volte. Ma ho scelto di non lasciare più che siano gli altri a definire il mio valore. Quel potere, adesso, è solo mio.
