IL PRIMO ESAME
Il treno rallenta. Sono arrivata, questa è la mia fermata. Scendo dal treno e mi trovo immersa nel brulicare incessante di persone. I chiaroscuri, creati dalla luce che filtra dalla pensilina, disegnano ombre sui passeggeri che distratti si avvicendano. Nell’aria gli odori dolciastri dei bar si mescolano con l’odore dal sentore metallico, acre, dei ferodi dei freni dei convogli. In mezzo a questa sinfonia di stimoli, sento il cuore battere più forte, un ritmo accelerato dall’emozione e dalla consapevolezza di ciò che sto per affrontare.
Seguo il flusso dei ragazzi con lo zaino in spalla. L’aria frizzante di questa mattina di novembre, illuminata da un sole quasi primaverile, mi accarezza il viso mentre mi lascio trascinare dall’onda di giovinezza. Li osservo, così freschi e apparentemente sicuri di sé, diretti verso quello che per molti di loro è un naturale proseguimento del percorso. Per me, invece, è un audace salto nel passato. Questa notte non ho dormito affatto. La mia mente era un vulcano in eruzione di nozioni e formule che fluivano senza tregua. Analizzavo logaritmi, immaginavo ascisse e ordinate sulle quali rappresentare gli studi di funzioni. Era quasi una nenia, un modo per esorcizzare l’ansia, per convincermi che tutto quel che avevo faticosamente appreso fosse ancora lì, ben saldo nella memoria.
Per tutto il viaggio un turbine di domande si è affollato nella mia testa, un dialogo interiore incessante tra la guerriera che ha combattuto per essere lì e la donna che, per un attimo, si sente piccola e inadeguata. Ora sono qui, in mezzo a tutti questi ventenni, in questo fiume di sorrisi, preoccupazioni, ambizioni, progetti futuri, aspirazioni, incoscienza, fiducia nel futuro, indecisioni. È un miscuglio di vitalità, un’esplosione di sogni ancora da realizzare. Mi sento quasi inebriata da questo spirito di gioventù quando un pensiero mi assale: hai quarant’anni, cosa ci fai qui? La domanda mi riporta bruscamente alla realtà della mia età.
La mente torna a qualche mese prima quando con serenità serafica annuncio a mio marito che ho deciso di iscrivermi all’università. Ricordo la sua espressione sorpresa, con un velo di affettuosa preoccupazione e la sua domanda: un lavoro, due bambine piccole, sei sicura di riuscire? Domanda legittima, dettata dalla consapevolezza dei sacrifici che una tale scelta avrebbe comportato per tutta la famiglia. Vent’anni fa la mia situazione famigliare non mi ha permesso di continuare il mio percorso universitario. Questo pensiero mi ha seguito per anni, come un sassolino nella scarpa, una costante fonte di insoddisfazione. Ma ora sento il bisogno, quasi fisico, di fare questo per me, per sentirmi viva. Una necessità interiore, un richiamo sopito che finalmente ha trovato la forza di farsi sentire.
Ho studiato quando potevo, anche nelle notti insonni con il libro di testo aperto e il tenero peso di mia figlia come ancora. Espressioni, equazioni, matrici, riaprire i libri chiusi sui banchi del liceo mi ha suscitato nostalgia per un’epoca spensierata e terrore per la sfida nella quale mi ero lanciata. Studiare ora, con una consapevolezza diversa, con la maturità delle esperienze vissute, con gli occhi di un’adulta non più sognanti come quelli di una giovane donna, è un’esperienza tutta nuova. Non c’è più l’ingenua certezza del futuro, ma una determinazione più radicata. Questa esperienza mi rende viva, mi nutre la mente e lo spirito. Ma ora sono qui e mille dubbi mi assalgono: faccio la cosa giusta? Un’ombra passeggera nasconde la convinzione che mi ha portata fin lì.
Varcata la soglia, l’ingresso mi accoglie con le sue enormi vetrate dalle quali scorgo un angolo verde, un giardino interno che promette un’oasi di tranquillità in mezzo al fermento accademico. Le alte e pesanti porte di legno delle aule si susseguono lungo i corridoi. Mentre salgo le scale dell’università e mi dirigo verso l’aula dell’esame mi sento un po’ osservata, mi sento un po’ in imbarazzo, qualcuno di loro potrebbe essere mio figlio. Un’ironia amara mi sfiora le labbra al pensiero di me, quarantenne catapultata di nuovo tra i banchi, a competere, o almeno a provarci, con la spensierata energia della gioventù. Cosa ci faccio qui? Un sorriso ironico si dipinge sul mio volto. Suvvia, non fare la ragazzina timida, mi dico.
Mi indicano il posto, mi siedo, attendo. Dalle grandi finestre scorgo la linea dell’orizzonte di Milano, i suoi grattacieli moderni che si stagliano contro il cielo azzurro, un contrasto affascinante con l’atmosfera quasi antica di queste mura. L’aria nell’aula è densa di tensione, di sussurri nervosi, di penne che tamburellano sui banchi. Il docente distribuisce le tracce: studio di una funzione e successiva rappresentazione grafica. Lo sapevo. Ma cosa ci faccio qui? Ancora questa domanda, ma stavolta la risposta è più chiara, più forte. Su. Forza e coraggio. Raccolgo i pensieri, afferro la penna e i calcoli compaiono come per magia su questo foglio bianco, come un lenzuolo. Le formule, un tempo nemiche sfuggenti, ora diventano alleate fidate, strumenti precisi nelle mie mani.
La voce del docente annuncia la fine della prova. Il tempo è sembrato volare via in un batter d’occhio. Consegno il mio compito quasi tremante, ho il cuore che batte fortissimo. Un brivido mi percorre la schiena, un’emozione indefinibile, un misto di sollievo e di apprensione. Esco dall’aula e mi lascio cadere su una delle sedie disposte nel corridoio. Sono davvero io? Qui? Quarant’anni suonati, un lavoro a tempo pieno che mi assorbe energie e tempo, un marito, due figlie che riempiono le mie giornate, e ho appena sostenuto il mio primo esame del corso, l’esame di Analisi Matematica. La consapevolezza di ciò che ho appena compiuto mi investe come un’onda inaspettata. Quanto mi piace questa sensazione. Un senso profondo di realizzazione personale, di orgoglio per la sfida che ho accettato. Con questo spirito nuovo, forgiato dall’orgoglio ritrovato, dalla conoscenza riacquisita e da una volontà di ferro, mi dirigo verso casa, già pronta ad affrontare il prossimo esame.
So che la strada è ancora lunga e tortuosa, ma il primo passo, quello più difficile e carico di incertezze, è stato compiuto. La determinazione che sento ardere nel mio cuore è più forte che mai. Chissà, forse un giorno, ripensando a questi momenti carichi di aspettative contrastanti, sorriderò di me stessa, di questa quarantenne che ha deciso di rimettersi in gioco con la tenacia e l’entusiasmo di una ragazzina. La vita non è forse un esame continuo, fatto di sfide grandi e piccole?
Io ho tutta l’intenzione di affrontarlo sempre a testa alta.
