L’OPLITA

Quarta liceo classico, una giornata di fine maggio, quando le finestre dell’aula sono
aperte e già aleggia nell’aria un sentore di estate imminente e di vacanze.
La classe meditava svogliatamente su una versione di greco che descriveva con
minuzioso puntiglio le caratteristiche del guerriero ateniese, una specie di fante di
terra denominato l“oplita”.
La voce del professore arrivava attutita alle orecchie svagate della classe: “l‘oplita
porta uno scudo rotondo di cuoio che regge con la destra, mentre nella sinistra
tiene una lancia, in testa un elmo piumato, e mentre attende lo scontro col nemico
che arriva in corsa, assume la tipica posa difensiva accovacciata, con un ginocchio
a terra e lo scudo all’altezza del petto…”
Davanti a me sonnecchiava pacifico il mio compagno Francesco Pennati, la cui
immensa mole mi nascondeva quasi completamente agli occhi del professore:
postazione strategica che mi consentiva di tenere aperto sotto il banco il quaderno
di geometria, mentre cercavo disperatamente di memorizzare gli esercizi sui quali
sarei stata interrogata nell’ora successiva (la mia avversione per le materie
scientifiche era pari solo alla mia incapacità di comprenderle).
Francesco Pennati, soprannominato dai compagni Penna, non aveva vita facile.
Una natura matrigna l’aveva dotato non solo di un corpaccione massiccio e flaccido
insieme, vera tomba per un adolescente di 17 anni, ma si era accanita su di lui
regalandogli anche una capigliatura rosso carota, un nasone adunco e una
carnagione diafana punteggiata di efelidi che si incendiava ogni volta che un’ombra
di emozione lo attraversava: cioè praticamente di continuo.
Francesco cercava di mimetizzarsi tra i banchi, parlava poco, e passava le ricreazioni
col naso in un libro.
Cercava l’emarginazione con rassegnata costanza.
Nelle materie letterarie faticava a raggiungere la sufficienza nonostante l’impegno
spropositato che vi riversava, se interrogato si paralizzava, e il suo faccione diveniva
così paonazzo da formare un tutt’uno con quella capigliatura di fuoco.
Eppure era un ragazzo generoso.
Mi aiutava con i compiti di geometria perfino quando lo chiamavo al telefono alle
11 di sera, quando mi ricordavo con un sussulto che il giorno dopo avevo
interrogazione programmata e nessun compito fatto. Lo tiravo giù dal letto, con
suppliche e qualche moina, e lui brontolava un po’, ma poi sempre si metteva
all’opera e per mezzanotte avevo gli esercizi risolti con corredo di spiegazioni.
Ma se cercavo un contatto più diretto e personale, Francesco si chiudeva a riccio,
svicolava, eludeva, come se in lui si fosse radicata la convinzione assoluta che
nessuno potesse veramente interessarsi alla sua persona, se non per dileggiarlo.
E invece, pur in quel viso tozzo e non bello, gli occhi grigi erano attenti e intelligenti,
e spesso dietro le ciglia quasi trasparenti brillava un guizzo di ironia.
In realtà nessuno dei compagni di classe si prendeva gioco di lui, tutti avevamo
ormai accettato il suo riserbo e la sua vocazione all’invisibilità.
Con i professori però le cose erano più complicate. Soprattutto con il professore di
greco.
Che era in realtà un insegnante intelligente e profondo, ma freddo con gli studenti,
che trattava, almeno in apparenza, con algido distacco e dai quali pretendeva un
rispetto formale d’altri tempi. Però la passione con la quale insegnava era autentica,
e contagiosa. Amava la sua materia e ce la faceva amare. Attraverso di lui quelle
voci antiche di uomini e donne diventavano lingua viva, emozioni eterne, sentimenti
universali che attraversando i secoli arrivavano fino a noi, a parlarci di vita e morte,
di odio e amore, e pietà, e nostalgia, a dirci che l’uomo è sempre la stessa creatura
di carne e sangue, nei secoli.
Ma con Francesco era implacabile fino alla crudeltà. Inspiegabilmente.
Mi sono chiesta più volte il perché di questa mancanza di umanità verso quel
ragazzo particolare. Al quale oltretutto somigliava vagamente…. nell’aspetto e nel
carattere: anche lui rossiccio di capelli e con una tendenza alla pinguedine, un’indole
riservata …. una versione di Francesco di trent’anni più vecchia.
Forse sperava, provocandolo, di spronarlo a reagire, di suscitare magari una
reazione di ribellione che lo avrebbe liberato.
O forse, più semplicemente, quel ragazzo gli ricordava il se stesso di tanti anni
prima, tutta quella inutile adolescenziale sofferenza, e le occasioni sprecate, e
provava rabbia, vedendo replicati in Francesco atteggiamenti e incapacità che
avevano fatto soffrire anche lui.
La voce del professore, che ormai era diventata un sottofondo ipnotico, interruppe
bruscamente la lettura.
Pennati! il richiamo risuonò come uno schiocco di frusta.
Tutte le teste si alzarono all’unisono, sorprese.
Pennati! – ripete’ di nuovo, ora quasi soavemente.
“Pennati….vieni qui, e facci vedere come si fa l’oplita”.
Il poveretto alzo’ sul professore uno sguardo incredulo e sgomento.
L’o….plita? balbetto’ avvampando.
Sulla classe era calato un silenzio di tomba.
“Si, Pennati, qui, davanti alla classe. Adesso vieni qui e fai l’oplita.”
Francesco scuoteva la testa. La voce gli tremava x l’umiliazione “No…no, non
vengo.”
Le nocche delle sue dita erano diventate bianche stringendo i bordi del banco.
La classe taceva, in attesa. Perfino i rumori della strada sembravano sospesi.
Mi alzai di scatto.
“Lo faccio io, l’oplita.”
Tutti gli sguardi della classe erano ora su di me.
Il mio era fisso sul viso del professore. Lo guardavo rabbiosa, indignata.
Passarono alcuni istanti eterni.
Fu lui a distogliere lo sguardo.
“Va bene Berselli, vieni qui.”
Passai tra le file dei banchi e mi posizionai davanti alla classe. E nel mio incongruo
vestitino a fiori estivo, feci l’oplita.
Feci l’oplita in tutto e per tutto, mimando lo scudo, la lancia, l’elmo piumato, e
accovacciandomi sul pavimento col ginocchio a terra.
Alzai sul professore uno sguardo di sfida.
Può bastare?
Si. Torna al posto, Berselli.
Mi alzai, e con entrambe le braccia scagliai la lancia immaginaria fuori dalla
finestra.
Da quel giorno io e Francesco diventammo amici.
E da quel giorno capii che le persone si salvano facendo fiorire i loro talenti e non
sfidando le loro debolezze.
Francesco Pennati oggi lavora al policlinico di Pavia come neurochirurgo infantile.

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