Il rampicante è tornato!
Guido Malagoli
Roba da non credere! Oggi, addì 10 giugno 2021, butto un’occhiata alla base del castello e l’ho proprio visto con questi occhi. Nella buca, fino a qualche mese fa, non c’era traccia di vita, soltanto qualche cicca abbandonata dalle solite persone che non riconoscono un posacenere da un’aiuola o da un marciapiede. Ho visto il rampicante spuntare dal terreno con una corona di foglie verde scuro da far voglia per la freschezza. Pianta neonata dal cuore antico dopo un lungo sonno. Se ne sta accucciata in attesa di un raggio di sole. Lo capisci subito che sotto, nel profondo della terra, la radice spinge a tutta forza desiderosa com’é di rivedere il sole lassù oltre le tegole. Mi dicono che è una vite americana – per i botanici partenocisso rampicante della famiglia delle Vitaceae – ma per me, amante dell’essenziale, è semplicemente il rampicante del castello al quale mi sono affezionato e non so perché.
O meglio, io so il perché.
Perché una pianta che si arrampica giorno dopo giorno aggrappandosi con tenacia alle pietre sconnesse, alle fenditure del muro con le unghie e con i denti -verrebbe da dire – merita il mio immenso rispetto. Quella pianta è la metafora della vita di tutti coloro che, come me, iniziarono il loro viaggio terrestre piuttosto male durante la guerra, ancor peggio nel primo dopoguerra per le privazioni e la povertà, ma hanno salito la scala della vita gradino dopo gradino con costanza, senza lamentarsi, prendendo il poco e il bello che offriva, mettendo a frutto i suoi doni che esistono anche quando sembra avara e matrigna. Per salire lassù dove l’uomo trova la sua dignità.
Adesso che sono entrato in confidenza posso dire che ammiravo il mio rampicante quando abbracciava il castello avvolgendolo nel suo mantello verde d’estate, rossastro in autunno. Ora assisto alla sua rinascita coraggiosa dopo l’ingiuria della demolizione. Come dire: un paio d’anni fa tagliarono il suo tronco con indifferenza però le sue radici continuarono a succhiare linfa nel profondo ed ora, con un elan vital sorprendente, slancio creativo della vita, quasi una resurrezione di primavera, è di nuovo lì a sfidare la sorte. So che ce la farà, salirà con la speranza nel cuore ripercorrendo gli stessi sentieri della madre e del padre, ma so anche che presto qualcuno reciderà i suoi rami dicendo che è infestante e staccherà con un colpo secco le foglie e i piccoli artigli che invano s’aggrapperanno al muro in cerca di aiuto. Ridotto ad un mucchietto di sfalci lo getteranno nel sacco nero. Non può finire così questa storia ma neppure continuare all’infinito e rinascere all’infinito. Però …
Domani, 11 giugno, quando la piazzetta sarà deserta, mi guarderò intorno e strapperò una gemma dal viticcio.
La pianterò ai piedi di un alto palo di cemento che l’Enel innalzò nel mio giardino e aspetterò. Sarò felice quando vedrò la pianticella salire in alto e sarò soddisfatto quando fruttificherà regalando qualche bacca dolce agli uccelli di passaggio. La sua vita, come quella di tanti come me, è giusto che continui fino a quando farà felice qualcuno.
