Baièla e al dendi
Ruggero Toni

Non ho mai capito da quale storia derivasse quello strano nomignolo che la gente del paese aveva affibbiato a Italo, il giovane Losi allora residente in via Palazzina. Perché poi i contadini nominassero le galline faraone come “galline d’india”, o semplicemente “dendi” in dialetto, non mi è dato sapere. A me, bambino, fidando nel nome, sembravano di origine egiziana o del Nord Africa. Perché poi dichiararle native dell’ India?
Era una varietà di pollo dalla carne squisita, se cucinata arrosto e con gli aromi giusti, ideale per festeggiare sagre e fiere. A casa mia era quasi una scelta obbligata per le giornate importanti. Ora nessuno le alleva più. Erano, e di certo lo sarebbero ancora, animali ribelli: ricordo che rifiutavano il pollaio e preferivano ritirarsi a dormire sui rami di un albero vicino a casa. Figurarsi se mai avrebbero potuto sopravvivere in una triste e soffocante gabbia o stia da allevamenti intensivi, inventati dall’uomo.
Da ragazzo conoscevo bene le loro abitudini. Era uno dei compiti che mi aveva affidato mia madre: scoprire dove andavano a nidificare sorvegliando i loro movimenti e ascoltando lo stridulo canto che emettevano dopo aver deposto un uovo. Da parte loro sembrava una manifestazione di soddisfazione e di libertà. Era invece un segnale ingenuo che permetteva di scoprire il loro luogo segreto.
Per nascondersi sceglievano di preferenza uno spazio fra il filare degli olmi ove crescevano alti ciuffi d’erba medica. Non appena scoperto il luogo e dopo che si erano allontanate, beccheggiando, io saccheggiavo il loro semplice nido, lasciando sempre almeno un uovo per ingannarle e dare loro l’illusione che il loro nascondiglio non fosse stato scoperto. Depredarle delle loro uova era abbastanza facile. Non era altrettanto semplice catturare una di loro per farla finire in pentola. Le bestiole selvatiche evitavano con cura ogni luogo chiuso o che fosse chiudibile, riposavano in alto sui rami di un olmo, sapevano spiccare voli abbastanza lunghi e alti, non si lasciavano avvicinare neanche per ricevere cibo. C’era un sol modo per cucinarne una e lo sapevamo: occorreva una crudele esecuzione. Bisognava fermarne una in volo, con una fucilata.
Il modo dispiaceva molto a mia madre per l’affetto che nutriva per le sue bestie, ma con la praticità che la distingueva non esitava a chiedere l’intervento di Italo, detto Bajèla, fratello di un nostro vicino di casa. L’uomo prontamente veniva con il suo fucile, la sua doppietta scarica, aperta e posata su un braccio. Caricava l’arma poi, appoggiandola alla spalla, seguiva mia madre dietro casa in paziente attesa. Era comunque lieto di poter avere un lecito bersaglio in tempi di chiusura della caccia. Quando mia madre da lontano vedeva avvicinarsi a casa il piccolo stormo di volatili, lanciava il sommesso richiamo che segnalava la distribuzione di cibo al pollame: piri … piri … piri.
Con fare circospetto le faraone si avvicinavano quanto bastava e mia madre cercava di scegliere la preda prescelta per poi indicarla al suo fuciliere. Bastava poi una rapida corsa verso gli animali e un battito di mani accompagnato da grida. Le faraone si alzavano in rapido volo, a loro volta trillando.
Imbracciata già l’arma, Bajèla faceva fuoco e che centrasse davvero la bestia segnalata da mia madre, era sempre in dubbio. Tutte le faraone si somigliavano! Una di loro comunque cadeva, fermata in volo ed era pronta per essere spennata e non per fare il brodo. Italo se ne andava soddisfatto e non chiedeva nemmeno il rimborso per la spesa della cartuccia sparata.

Atto secondo.
Purtroppo il ricordo di Italo – Bajèla non è legato solo a momenti di caccia. Il palcoscenico della vita aveva riservato per lui ben altro. Si ammalò in forma sempre più grave. Inizialmente faticava a reggersi in piedi, poi a camminare e infine a muovere anche di poco il suo gran corpo. Finì su una carrozzella motorizzata con tre ruote. La ruota anteriore, era collegata ad un’asta che quasi toccava il petto dell’uomo seduto; spostando di poco un braccio, permetteva a Baièla di scegliere, anche se in modo spesso approssimativo, la direzione verso cui dirigersi. Per avviare il suo trabiccolo e il suo piccolo motore, bastava una spinta. I volenterosi pronti a darla non mancavano mai.
Italo così non rinunciava interamente a muoversi, in ricordo della sua antica libertà quando si vantava di andarsene in bicicletta fino a Milano per prendersi un caffè. E ancora usciva di casa per giungere in piazza e sedersi al bar di Leoni.
Veniva aiutato a sistemarsi su una seggiola dai braccioli alti da volenterosi chi si trovavano a passare sotto il portico. Accanto aveva un tavolino rotondo con tre piedi e un ripiano di lamiera azzurrina.
Bajèla quasi si accasciava contorto su quel ripiano poi invocava il barista Otello perché gli portasse un caffè.
Appena la tazzina veniva posata sul tavolinetto, Italo bloccava il primo passante e si faceva aiutare a degustare il liquido scuro non zuccherato. Da solo non sarebbe riuscito ad accostarlo alla bocca. Sostava qualche tempo ancora per osservare la piazza poi, stanco chiedeva di nuovo aiuto per essere spostato sulla sua carrozzina. Una spinta e ….. via!
Tante volte l’ho caricato. Era molto pesante ma rispondevo volentieri alla sua richiesta. Allora però avevo vent’anni.

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