La Sunta e al Sio
Luisella Vaccari

Fazzoletto nero legato dietro e calato fino a metà della fronte, orecchini con due piccole pietre nere pendenti, mai un sorriso nel volto che gli anni avevano reso giallognolo e vizzo: questa era la Sunta.
Quanta differenza dai gioiosi tesori che ci attiravano, tentatori, nel suo negozietto: i pipini (traduco, i bastoncini di liquirizia) le fave (traduco, le carrube secche) i sisini (traduco, le arachidi) le romelline (traduco, i semi di zucca).
Il negozio della Sunta, per chi arrivava in piazza da via IV Novembre, era il secondo sul lato sinistro, allo scoperto, subito dopo il deposito di biciclette. Davanti all’ingresso c’era un’ampia pedana di legno e dal muro pendeva un telo scuro che serviva a coprire frutta e verdura al pomeriggio nei momenti di maggior calura. Entrando, i tozzetti di bambù infilati nelle cordicelle della tenda antimosche, procuravano un lieve tintinnìo, presagio di infinite dolcezze.

Al sìo abitava nella casa di fronte, sopra al portico. Il suo vero nome era Enrico e non so perché lo chiamassero così dato che non era zio di nessuno, viveva insieme a sua sorella Dolores, due singles di oggi, du pòt di allora.
Dolores era molto orgogliosa della sua voce tremula e vibrante, a volte si esibiva anche in pubblico con il suo cavallo di battaglia “Parlami d’amore Mariù” ed io, piccola vipera, divertivo i grandi imitando il suo canto con piccoli colpi sulla gola tanto da provocare la vibrazione della voce.
Al sìo era il re del gnocco di castagne: a Soliera tutti quelli nati prima della guerra e durante e subito dopo hanno conosciuto al sìo e il suo gnocco di castagne.
E non solo in paese. Dall’autunno a primavera inoltrata, batteva tutte le strade di campagna con la sua biciclettona nera dal grande portapacchi su cui troneggiava un magico cestone.
“Dòni, dòni, a gh’è al sìo, a gh’è al gnoc!” Uscivano dalle case le contadine, nell’inattività invernale, le sartine, le magliaie che lavoravano a domicilio per i gruppi di maglieria, tutte intorno alla bicicletta. “Alora sìo, cus’è sucèss a Sulèra in sti dè chè?” “Mo gninta!” (Micca sempre c’erano notizie degne di essere raccontate) “Mo come gninta?! S’an cuntè menga quèl nuèter an cumpròm gnanc un pès ed gnoc!” Allora lui doveva ricorrere a tutta la sua fantasia infiorando o addirittura inventando gli avvenimenti del paese.

Metteva mano così al cestone e sollevato un lembo del trapuntino che lo ricopriva ecco uscire il fumo caldo e profumato del gnocco di castagne. Era di un bel colore marrone chiaro, alto sei o sette centimetri, morbido e soffice come bambagia, con una bella crosticina di qualche millimetro bianca di farina.
Il sapore … inimmaginabile!
Tante volte, in collaborazione con amici e parenti ho tentato di fare quel gnocco: risultato lontanissimo. La ricetta dal sìo non l’ha mai avuta nessuno, era un segreto del mestiere ed è volata via con lui. Mi piace pensare che qualcuno, altrove, oggi ne goda ancora!
Una cosa è quasi sicura: tra gli ingredienti c’era il bicarbonato.
Le camere dal sìo, nella vecchia e centralissima casa di Soliera, davano su un terrazzo sul quale si affacciavano anche le porte di altre famiglie: i Bigi, i Brausi, Gilio e la Zelimma. Il gabinetto era in comune, sul terrazzo, e la privacy era quel che era; molto spesso gli inquilini erano più o meno distrattamente testimoni di quel che accadeva là dentro.
Avvenne che un giorno, al sìo, sofferente cronico di emorroidi, si recasse al gabinetto, munito di acqua tiepida, asciugamano e un cartoccino di polverina bianca che gli era stata consigliata come balsamo per il suo problema.
A quei tempi non c’era quasi nulla di confezionato, gli alimenti, le spezie, anche certe medicine venivano venduti in involucri di carta, bianca, blu, gialla, a seconda del tipo di prodotto.
Evidentemente la polverina per le emorroidi e il bicarbonato per il gnocco avevano il cartoccio dello stesso colore.
Si sentirono i lamenti in tutto il caseggiato! Aveva sbagliato cartoccino!

29 novembre 2020

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