La montagnola – luogo sacro
Luisella Vaccari
Chi direbbe mai che a Soliera, nel parco c’era una montagna?
Parlo del parco vecchio, quello che stava di fronte al Municipio e arrivava fino a via Matteotti, con le siepine di bosso e di ligustro, disegnate all’italiana a formare piccoli vialetti, nati apposta per giocare a nascondino.
Il parco, luogo sacro e la montagnola, altare di tanta sacralità.
Alla base, circolare, era delimitata tutt’intorno dalla siepe di bosso e l’unico passaggio si apriva in due stradine, una a destra e una a sinistra che salivano a un pianoro rotondo circondato da alberelli abbastanza radi da lasciare passare i nostri giochi.
A me sembrava altissima, impervia per la mia innata goffaggine, un trampolino da cui gli amici liberi e generosi si lanciavano in bicicletta lasciandomi intrappolata a guardarli “senza mai trovare il coraggio per imitarli”.
Quando al pomeriggio io arrivavo nel parco, gli altri bimbi c’erano già e quando giungeva l’ora ferrea del mio rientro essi rimanevano ancora, fino all’arrivo del buio che li accompagnava a casa, impolverati stanchi e sudati in un cerchio di felicità che mai si chiudeva perché l’indomani essi sarebbero stati di nuovo là.
Io me ne stavo ai margini, un po’ dentro e un po’ fuori, costretta nelle regole di casa mia e piena d’ammirazione per quello spazio libero e giocondo che solo a tratti mi era concesso. Li guardavo come in una vetrina senza mai arrivare ad essere una di loro.
Quando oggi passo davanti a quella montagnola, ridotta ormai a poco più di un dosso, immagino ancora il suo antico splendore, il suo ruolo di montagna sacra, maestra di vita che ha dato a noi bambini l’opportunità di esprimerci, ciascuno a modo suo, con il suo coraggio o la sua timidezza, con l’accettazione dei propri limiti e sempre con il rispetto del nostro essere fatti così.
20 novembre 2020
