RACCONTARE TEREZIN

Quando venni a casa da scuola e dissi a mia madre che dovevamo fare tre lezioni in altra sede rimase molto perplessa, non capiva come mai si potesse fare insegnamento fuori da un’aula scolastica in orario didattico. Alle Elementari l’unica volta che eravamo usciti fu quando studiammo l’aquilone di Pascoli, ne costruimmo uno che cercammo invano di fare volare. Andò a colloquio dall’insegnante, le disse che avrebbe guidato tutta la classe, con rotazione a turni di due mattini feriali, e un sabato per una esposizione di disegni. Solo dopo fu entusiasta di quello che dovevamo fare, io ero il primo della numerosa famiglia ad andare oltre la quinta Elementare, frequentavo il primo anno dopo la riforma della Media unificata, tutte le mattine prendevo la corriera che mi portava a Modena.
La professoressa di Italiano Storia e Geografia era già da mesi che ci stava preparando su di un particolare passaggio storico, il prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, ed in particolare sulle leggi razziali, e sui grandi ideali di giustizia e libertà della Resistenza. Ci aveva spiegato specifici particolari, e interrogato su questi temi, tutti avevamo avvertito l’impegno con cui portava avanti l’iniziativa, mettendoci tutta se stessa. Seppi anni dopo che non si era nemmeno sposata per dare tutto all’insegnamento. Erano i primi di Marzo del 1964, e ci informò che lo scopo di tanto zelo cominciava a dare i primi frutti. Era riuscita a fare arrivare a Modena una parte dei disegni, che bambini e adolescenti avevano dipinto nel campo di concentramento di Terezin, e una cosa ci apparve subito incredibile, sarebbe stata la prima volta che uscivano da dove erano custoditi a Praga. Lei coinvolse il Comune di Modena e l’Assessorato alla Cultura per esporli in mostra presso una sala adiacente al Palazzo dei Musei, dal 22 marzo al 9 aprile.
Noi e lo dico con orgoglio eravamo l’unica classe coinvolta, l’insegnante ci aveva suddiviso in coppie equilibrate nelle capacità, e nei giorni di apertura della mostra aveva predisposto dei turni in cui noi avevamo la funzione di guida, fare i ciceroni, cioè spiegare ai visitatori i disegni esposti e la loro storia. Ricordo benissimo il mio primo turno, era un mattino e la mamma mi aveva preparato gli unici pantaloni lunghi che avevo ben stirati, il maglione che riteneva più bello, piaceva pure a me, un giaccone e le scarpe belle lucide. Ero molto preoccupato non chiusi occhio, passai tutta la notte a ripetermi le lezioni che avevamo svolto, e le domande che potevano farci, avremmo saputo rispondere? Due giorni prima dell’apertura ufficiale con l’insegnante avevamo fatto una visita per un ultimo aggiornamento, mi ripassavo nella mente i disegni che avevo visto. Ma queste rappresentazioni grafiche com’erano? Le ricordo molto bene, i ragazzi avevano espresso tutta la loro voglia di vivere attraverso farfalle e uccelli liberi di volare indisturbati, fiori che crescevano colorati nei campi, mi impressionò lo schizzo di un ambiente casalingo dove era evidente la nostalgia per averla dovuta abbandonare. Tutto quello che veniva rappresentato erano le aspirazioni e i desideri di un’infanzia rubata e non vissuta.
Il campo di concentramento di Terezin aveva la funzione di parcheggio temporaneo, prima di essere deportati in altri campi di sterminio, una sicura anticamera di morte. L’altro genere di figurazione rappresentava la vita nel campo, quello che i bambini vedevano tutti i giorni, soldati con fucili ben in evidenza, file di letti a castello, bambini nudi, denutriti e ammassati sotto una specie di doccia e pure degli scheletri. Era primavera e noi ragazzi facevamo la nostra vita semplice, al mattino a scuola, poi a casa, e nel pomeriggio fino a che c’era luce si giocava a pallone, dovevamo ritenerci fortunati. Questo incarico se in un primo momento ci galvanizzò e ci fece sentire importanti, alla lunga ci intristì. Pensare alle condizioni di vita che quei ragazzi avevano subito, la fame, le malattie, il freddo, le privazioni, poi la deportazione che metteva fine alle loro giovani vite, non poteva passare senza lasciarci indifferenti. Di fronte a questi scenari emerse la nostra sensibilità verso sentimenti ed emozioni così forti, con una partecipazione emotiva alle loro sofferenze che non dimenticheremo mai. Davvero stupefacente che di fronte a realtà così estreme siano arrivati a noi queste testimonianze, non solo disegni ma pure racconti e poesie che rivelarono anche talenti di grande valore.
Ricordo un episodio durante la mia funzione di guida alla mostra, che si chiamava, “Memorie dei bambini di Terezin”. Un signore anziano dai capelli bianchi, ci fece un sacco di domande, alle quali io e il mio compagno riuscimmo a rispondere, poi ad un certo punto ci impappinammo e non sapevamo più continuare. Fummo colti dal panico, l’attempato signore prese le nostre mani e ci disse di fare un grosso respiro, di calmarci, poi aggiunse che era certo della nostra conoscenza dell’argomento, ma eravamo in confusione perché la materia toccava le nostre sensibilità più profonde e manifestavamo sintomi tipici di chi si era lasciato vincere dalla commozione. Confesso che sudavo, il mio compagno tutto rosso, furono gli occhi bonari e comprensivi del signore a toglierci dall’impaccio e riuscire a concludere quello che avevamo iniziato con un po’ di affanno.
Decenni dopo ripensando al modo di parlarci e guardarci di quell’anziano, ho capito che è lì, da bambino e da vecchio che si trovano gli sguardi più rivelatori, gli uni per non essere ancora entrati nel tritacarne della vita, gli altri per essere in procinto di uscirne ricercando il metodo migliore per farlo. Sempre tanto tempo dopo si comprende la grandezza di alcuni insegnanti che hanno influenzato il nostro comportamento di vita, e io non sono sfuggito a questa regola non scritta. Quando con fierezza racconto di come abbiamo descritto alla mostra i disegni dei bambini segregati a Terezin, tutti mi chiedono ma come si chiamava quella tua insegnante? Ecco guardate qui, l’ho scritto nel cuore.
Quella di Modena fu in assoluto la prima tappa di una mostra itinerante, che da allora fino ai giorni nostri viaggia in tutto il pianeta Terra.

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