LA FATINA AZZURRA

Nel programma di studi della terza o quarta dell’Istituto Tecnico avevamo un’ora di diritto, non era una disciplina fondamentale ma, a differenza di insegnanti di altre materie, con cui trascorrevamo parecchio tempo e con i quali era pertanto possibile un rapporto più stretto, anche se non sempre positivo, ricordo LEI come la persona che tanto mi ha fatto riflettere sui pregiudizi.

Era molto anziana, vestiva in modo elegante ma fuori moda, ricordo ancora le scarpe in pitone o coccodrillo con una piccola borsa abbinata, in inverno la pelliccia, sempre un cappellino, i capelli con una tonalità azzurra da cui il soprannome “fatina azzurra”. Per ragazze di quell’età, che davano parecchia importanza all’aspetto fisico, non era certamente un modello da imitare. Quando avevamo l’ora di diritto, nel pomeriggio, mentre si faceva qualche esercizio si appisolava. Diciamo che, pur non permettendoci di ironizzare, la vedevamo con gli occhi della nostra giovinezza e devo dire che anche le sue lezioni non mi e non ci appassionavano particolarmente.

Eppure un giorno, mentre ci illustrava le Disposizioni finali della nostra Costituzione, in cui si vietava la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista, qualcuna chiese spiegazioni per quell’esclusione che sembrava un controsenso in un paese a sistema democratico. Ne scaturì allora una lezione appassionata, ci fornì spiegazioni chiare sulle leggi razziali, ci comunicò che essendo ebrea Le erano stati confiscati i beni, e solo grazie all’aiuto di amici era riuscita a scampare alla deportazione, mentre il marito fu ucciso dai nazifascisti a Genova.

Solo alla fine della guerra si dedicò all’insegnamento. Per una persona di oltre cinquant’anni, e per quei tempi erano tanti, che era vissuta nell’agiatezza, fu senz’altro una scelta obbligata e non facile. Per capire qual’era il Suo ambiente si consideri che, quando fu eletto Presidente della Repubblica Antonio Segni, portò in classe una fotografia di un gruppo di studenti universitari sassaresi dove riconoscemmo entrambi.

Cominciai allora a guardarLa con occhi diversi, non più la fatina azzurra ma una donna che con dignità aveva iniziato un’attività lavorativa, una donna che aveva tanto sofferto e che aveva cercato di superare le umiliazioni subite. La sua storia mi spinse a letture che fino ad allora erano per me impensabili, volevo capire perché erano potute succedere cose così spaventose. Sapevo già dei campi di concentramento ma non avevo mai sentito parlare dei campi di sterminio, né delle leggi razziali. Non mi capacitavo del perché tutto questo fosse stato accettato dalla maggioranza della popolazione. Affrontai con fatica testi complessi e, non avendo nessuna guida, anche in modo disordinato. Poi nel libro di Ruggero Zangrandi “Il lungo viaggio attraverso il fascismo” trovai alcune risposte di tipo politico e compresi le scelte dei giovani, ma non riuscivo ancora a capire perché la “gente” adulta non si fosse ribellata di fronte a sorprusi perpetrati nei confronti dei propri simili, non sconosciuti ma vicini di casa o di lavoro con i quali aveva avuto anche rapporti di amicizia. La lettura di quel testo mi ha fatto inoltre capire quanto costa la coerenza. Alcune personalità di rilievo rinunciarono alle proprie idee per opportunismo. Conformismi e pregiudizi avevano consentito che tutto ciò avvenisse: soprattutto, anche se non solo, la mancanza di un’ informazione libera aveva coinvolto giovani che successivamente si schierarono contro. Altre letture mi hanno infatti permesso di comprendere che molti dei pregiudizi, che portarono a queste situazioni, non nacquero in quel periodo, ma erano derivati dai secoli precedenti. Si pensi ai pogrom nei paesi dell’est europeo, alle persecuzioni subite dagli armeni, alle violenze verso i diversi.

Recentemente seguendo il programma di Giovanni Minoli “La storia siamo noi”, in una puntata in cui si parlava della gioventù hitleriana, il vedere quelle ragazze belle, atletiche, impegnate in saggi ginnici, che partecipavano a vacanze di gruppo, rappresentate come il meglio della gioventù ariana, mi resi conto che in quel contesto anch’io avrei potuto voler far parte di quel gruppo, così vivo e gioioso. E questo mi spaventò. Ora penso che le conoscenze acquisite, grazie anche a Lei, mi abbiano aiutato come insegnante ad accettare nella scuola l’inserimento di ragazzi nomadi e di provenienza straniera, ed a fare molta attenzione a fatti di cronaca che coinvolgono le minoranze (il caso dei rom a Opera, la sistematica indicazione della nazione di provenienza in caso di reati più o meno gravi), per non cadere nei pregiudizi e nella tolleranza, intesa come capacità di sopportare ciò che è o potrebbe rivelarsi sgradevole o dannoso anziché come atteggiamento di accettazione e di rispetto verso idee, opinioni, religioni diverse dalle proprie.

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