L’INTERROGAZIONE DI INGLESE
Era una comunissima mattinata di scuola se non fosse che alla seconda ora dopo religione avrei avuto l’INTERROGAZIONE di inglese.
Era di giovedì e io odio quando mi interroga il giovedì, perché di solito vengo avvisata
dell’interrogazione il martedì precedente e, quindi, ho poco tempo per prepararmi.
Il giorno prima non avevo studiato troppo, perché ero sicura di non averci capito niente, ma avevo fatto tutte le mie mappe e schemi per poter esporre al meglio gli argomenti studiati.
Ero entrata a scuola e l’ora di religione si stava svolgendo come al solito: lentamente e
tranquillamente, ma il mio unico pensiero era l’
INTERROGAZIONE di inglese.
Mi sentivo come Gesù crocifisso, percepivo persino il dolore dei chiodi che trafiggono la
pelle. Ma i miei non erano chiodi: era la consapevolezza di non aver studiato abbastanza.
<< Ragazzi mettete pure a posto che l’ora sta per terminare >>
Dopo aver sentito pronunciare quelle parole dal prof. di religione, come al solitoci alziamo e ci riuniamo per chiacchierare, ed è in quel momento che l’inferno si manifesta: il momento in cui realizzi e prendi coscienza del fatto che non puoi scappare e che dovrai per forza
affrontare l’
INTERROGAZIONE
pur sapendo che, se la fortuna è dalla tua parte puoi tranquillamente prendere cinque,
altrimenti, se la fortuna è distratta o è andata momentaneamente a rilassarsi in un centro benessere, ti ritroverai un bel quattro sul registro; e questo vuol dire solo una cosa: sgridate a casa.
Così, per cercare di distrarmi, vado dalla mia compagna Valentina e le dico:
<< Vale ti prego abbracciami che tra poco svengo! Io sono completamente sicura di prendere
cinque >>.
<< Ma dai Linda! Vedrai che andrà bene!>>.
Mentre le parole “ANDRA’ BENE” si stanno espandendo nell’aria, il suono della campanella
rimbomba nelle mie orecchie! Così mi volto e sulla soglia della porta intravedo l’ombra di
una figura alta e possente: si è lui, il PROF DI INGLESE!
A tracolla, la sua solita borsa blu, abbastanza grande da contenere tutte le verifiche degli
alunni e il suo fidatissimo dado a venti facce, con il quale vengono stabilite le vittime
sacrificali delle interrogazioni non programmate.Sguardo fisso e sicuro come un cadetto della squadra militare, pronto come sempre a
torturare i suoi alunni con interrogazioni lunghe e difficili a cui solo i più bravi possono
sopravvivere.
Il silenzio cala nella classe. Tutti si alzano. Il prof entra e sbatte la borsa sulla cattedra, poi si siede con sguardo di sfida. Con un semplice gesto della mano, netto e deciso comunica il suo consenso: possiamo sederci.
Poi comincia:
<< Allora, oggi devo interrogare Linda e Aurora>>.
Noi annuiamo, mentre lui prende il temutissimo dado dalle venti facce per scegliere gli altri tre sfortunati da interrogare, o meglio torturare.
Dopo aver scelto gli altri tre comincia l’
INTERROGAZIONE.
Inizio a sudare, a sudare, a sudare.
Mi convinco che sverrò; poi penso che quell’opzione -lo svenimento drammatico – sarebbe stata meravigliosa: non avrei fatto l’
INTERROGAZIONE.
Ma torno alla realtà:
<< Allora sto per fare un’interrogazione di inglese e non so niente, no dai, qualcosa mi ricordo. Ah sì! Ecco l’argomento: i nomi countable e i nomi uncountable che sono l’unica cosa che so, quindi se mi chiede qualcos’altro sono spacciata … >>
Ecco che mi accorgo che il prof mi sta fissando in modo strano. E’ proprio in quel momento che capisco che a me toccherà la prima domanda che di solito è facile, perché chiede quale argomento stiamo studiando, quindi gli posso buttare la prima cosa che mi viene in mente.
Ma invece no, mi dice:
<< Linda >>
Con quel suo sorrisino
<< I nomi countable e i nomi uncountable cosa sono, cosa traducono e quando si usano?>>
Ed ecco che dentro di me si scatena il panico perché mi ha fatto troppe domande tutte
insieme! Il cuore inizia a battermi fortissimo, vorrei gridare aiuto e scappare a gambe levate a casa mia, nella mia camera, al sicuro, senza nessuno che mi chieda di parlare in una lingua
che non conosco. Ma sono qui e sono rimasta ancora alla prima domanda:
“Cosa sono i nomi countable e i nomi uncountable”.
Non so come ma alla fine riesco a metter in fila le idee e a spiegare correttamente cosa sono, nonostante il cuore in gola e i polmoni che mi stanno per saltare fuori dal petto.A un certo punto, mi accorgo che la testa del prof si muove dall’alto verso il basso, come se stesse annuendo. Annuisce! Questo semplice gesto è sufficiente: mi calmo.
Ma questa tranquillità dura solo per pochi secondi:
<< Bene, ora andiamo a pagina 123 del libro per correggere i compiti che erano per casa >>
Ecco, a quelle parole il cuore ricomincia a battere fortissimo ma senza un motivo perché sono sicura di averli svolti al meglio.
Apro il libro alla pagina, poi guardo il prof e vedo che di nuovo mi guarda con il suo solito
sguardo di sfida e capisco che mi chiamerà di nuovo per cominciare la correzione degli
esercizi. Quindi torno a guardare in basso, con l’intenzione di non richiamare la sua attenzione.
Troppo tardi: mi guarda con quei suoi occhietti sottili, già focalizzato su di me come se io
fossi il bersaglio sul quale scoccare le sue domande impossibili:
<< Linda >>
Ecco, penso, è arrivata la mia fine:
<< Leggi la prima frase dell’esercizio tre >>.
Inizio, ma non riesco a stare ferma mentre leggo quella maledettissima frase.
Ogni tanto cerco di guardare in faccia il prof per osservare la sua espressione: colgo il
disgusto, ma non so se per quello che ho scritto o se per la mia pronuncia. Ma faccio finta di niente e continuo a leggere.
Appena finisco di parlare mi calmo un po’.
Il prof non dice niente.
Penso che voglia dire che sia andato tutto bene.
Intanto, il prof comincia la correzione dell’esercizio numero cinque: frasi da tradurre.
Siccome so di essere una frana nel tradurre, riprendo ad agitarmi.
Sento che se andiamo avanti così potrei letteralmente impazzire.
Inizio a girarmi avanti e indietro chiedendo a tutti i miei compagni la traduzione della frase
successiva nel caso mi chiami.
Ammicco, faccio gesti, mi schiarisco la voce per attirare la loro attenzione mentre il prof è
impegnato a guardare qualcun altro.
<< Robby, Robby, Robby! Ti prego dimmi la traduzione della prossima frase >>
Ma Roberto non riesce a comunicarmi la traduzione della frase. Su di lui lo sguardodel prof. Che sembra il radar di una torre di controllo!
Così, ecco che tocca a me:
<
So che significa “pane” ma per paura di sbagliare mi limito a bisbigliare così piano che solo
Elena, che è seduta davanti a me, lo sente e mi incita:
<< Dillo, Linda: dillo!>>
Ma il prof, pensando che mi stia suggerendo, le ordina di girarsi immediatamente.
Ecco che le mie sudorazioni riprendono e nel frattempo sto pensando:
<< E se è giusto? E se tutta la classe si mette a ridere quando dico pane? E se il prof. si arrabbia perché lo dovrei sapere e invece nemmeno stavolta riesco a ricordare il termine corretto?>>
Il tempo passa, spero solo che lo chieda a qualcun altro; mi lasci finalmente in pace. Che
questa agonia finisca.
Allora, con faccia delusa, il prof chiede ad Aurora di rispondere alla domanda. E… avevo
ragione!! Lo sapevo che voleva dire “pane”!
Sono così arrabbiata con me stessa perché potevo dirlo e invece sono stata zitta. Ho fatto
brutta figura, quando avrei potuto evitarlo, ma la cosa peggiore è che il prof tutto questo non lo sa e forse non lo saprà mai.
Suona la campanella e lo vedo andarsene portandosi dietro la sua solita aria di sfida, ma
secondo me questa volta con lui c’è anche un po’ di delusione, forse la stessa che provo io.
Eppure, mi sono resa conto che l’interrogazione, che sembrava quel mostro terrificante, non era così impossibile.
Se solo avessi avuto più fiducia in me stessa e nelle mie capacità, mi sarei accorta che io ero assolutamente in grado di affrontare le richieste del prof. A sabotare l’interrogazione sono state la mia paura e la mia insicurezza.
Ad ogni modo, da questa esperienza ho imparato qualcosa che scolpirò nella mia mente: nella vita ci sono alcune certezze, come ad esempio il fatto che il cielo è blu e che…
bread in inglese vuol dire pane.
