LA MATITA ROSA

Patrizia e Donatella sono gemelle, assomigliano “come due gocce d’acqua”, sul grembiulino nero, obbligatorio in classe, hanno il nome ricamato, così la maestra non le confonde e almeno sa a chi rivolge la parola.
Anch’io, bambina come loro, fatico a distinguerle perché sono simili anche nel carattere: disinvolte, scherzose, sicure di sé. Posseggono molte cose invidiabili: non conoscono la solitudine (possono contare l’una sull’altra); sono sempre ben vestite con abitini nuovi, eleganti, rigorosamente uguali; non arrivano a scuola a piedi ma su due piccole biciclette, bellissime, in tutto simili a quelle degli adulti.
Ma ciò che maggiormente suscita la mia invidia è il loro astuccio, pieno, traboccante, di matite colorate. Le mie sono soltanto sei, una è il nero, ne restano cinque… e il rosa non c’è. Quando devo colorare facce, mani, gambe e braccia, non so come fare: cerco di usare il rosso leggero come una carezza, ma si vede che non è rosa.
Mi farò coraggio, lo chiederò in prestito a una delle gemelle, quella che siede alle mie spalle. Se fosse di fianco sarebbe più facile, ma è dietro, e devo per forza voltarmi… e parlare… trasgressioni che, se rilevate, comportano severe sanzioni. Spero di non farmi notare, giro la testa il meno possibile; faccio la mia richiesta: mi accontento di qualsiasi tonalità purché sia rosa.
Ma la premurosa amichetta mi dice che ne ha tante e che posso scegliere… e le stende tutte sul suo banco: c’è anche l’arancione, il verdino, il viola… “No, mi serve solo il rosa, quello che vuoi, poi te lo rendo”. E’ una bambina generosa, rovistando nel suo piccolo tesoro scopre che ne ha più di uno del medesimo colore, e anche di rosa ne ha due… e uno me lo può dare, lo posso tenere “per sempre”.
E’ una piccola matita, corta per il molto uso; e forse a lei non interessa più; per me è la salvezza, finalmente ho il rosa, un bel rosa tenero, più adatto a colorare fiori, ma sempre meglio del mio rosso. Sono felice, anche se questo dono mi è costato tanta distrazione: quante volte mi sono dovuta girare per portare a termine le trattative? Troppe, per non essere notata dallo sguardo attento della maestra, che mi conosce come un alunna tranquilla, giudiziosa, e non sa spiegarsi questa mia improvvisa e incontenibile esuberanza. Che va subito bloccata: vengo spedita alla lavagna, dietro alla lavagna, dove ogni buon alunno punito deve redimersi: vergognarsi delle sue malefatte e decidere di non farlo più.
Un’enorme tavola nera incombe su di me, lo spazio è poco, anche la luce è poca, non so proprio come fare a pentirmi; lì c’è spazio soltanto per poche ma importanti decisioni: non lo dirò alla mamma perché non mi perdonerebbe mai di aver meritato una punizione così severa; la matita rosa è bellissima ma non gliela mostrerò per non avviare il discorso: “Chi te l’ha data? Come mai ce l’hai?” (cose da bambini che gli adulti non possono comprendere perché non sanno lasciarsi incantare dai sogni); infine, che la matita rosa è preziosa, quindi la userò con parsimonia; perché mi è stata data “per sempre”, e per sempre deve durare.

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