La signorina Merope
Ruggero Toni
La signorina Merope era una misteriosa figura della mia infanzia, eternamente paludata e imbacuccata in abiti scuri. Portava sciarpe avvolgenti intorno al collo per proteggere anche l’ultima piccola parte di viso o di collo che restava scoperta. Dicono si vestisse così tanto per difendersi dal sole e dal freddo. Per raggiungere il suo luogo di lavoro, situato in piazza proprio di fronte alla sua abitazione, a sinistra della chiesa parrocchiale, faceva un lungo e apparentemente inutile giro. Il suo era un negozio particolare perché era l’unico posto telefonico pubblico del paese dalla fine degli anni quaranta del secolo scorso. Per raggiungerlo le sarebbe bastato attraversare la piazza ma la piazza era un luogo proibito.
Inondata da un sole caldo in primavera e in estate o avvolta da nebbie quasi impenetrabili in autunno – inverno era per lei un luogo vietato. Aveva perciò ideato un percorso protetto: scendeva da casa sua, svoltava verso destra e camminando rapidamente sotto i portici, raggiungeva il negozio dei fratelli Ferrari poi, svoltando a sinistra ad angolo retto passava sotto il voltone, infilava i portici del castello e attraversava in fretta la stradina che portava dalle suore. Si riparava di nuovo sotto i portici fino alla canonica, protetta dalle basse volte di pietra. Poco oltre c’era il piazzale della chiesa ma non lo raggiungeva mai perché il suo negozio si trovava nell’ultimo arco di portici, prima dei tre gradini che danno accesso al piazzale della chiesa.
Noi ragazzi, curiosi, assistevamo a quel pellegrinaggio che avveniva più volte al giorno. All’uscita dalla Dottrina o spediti in missione dalla mamma per qualche acquisto alimentare dai “Battaglina”, ci nascondevamo dietro le colonne e aspettavamo i suoi movimenti così precisi, così ripetitivi, un gioco il cui significato ci sfuggiva ma che aveva il fascino del mistero.
29 novembre 2020
