La piazza e la gente
Guido Malagoli
Foto dal Materiale Fotografico del Comune di Soliera
(monologo impertinente, sgangherato e senza capo né coda di Guido Malagoli)
Adesso non ci sono più scuse. La piazza, rinnovata con lastre del pavimento tutte uguali, i lampioni di ghisa e le nuove geometrie, non solo è bella, ma sembra più lunga, piena d’aria, valorizza i portici, le case e il sagrato della chiesa.
Una piazza così, come un appartamento che dopo il lavoro dell’imbianchino odora di vernice fresca e di pulito, è diventata uno spazio senza fronzoli e senza appesantimenti. In una parola: elegante. Stai tranquillo che se qualcuno adesso si azzarda a gettare una cicca per terra ci sarà qualcun altro che lo redarguirà con le buone maniere e il primo “qualcuno” si vergognerà come un ladro. Mentre osservavo il lavoro finito, mi tornava alla mente ciò che disse mia nonna quando terminai di ritagliare una cornicetta nel legno compensato, sapete una di quelle cornici con intagli leggeri e raffinati con tante giravolte che si facevano col traforo a scuola negli anni 50 e qualcuno più bravo di me costruiva addirittura la torre Eiffel a incastro che era una bellezza mentre io mi accontentavo della cornice e domandavo alla nonna ti piace e lei diceva bèla l’è bèla, mo dòvva la mitamia, (bella è bella, ma dove la mettiamo?) aveva ragione perché l’unico posto adatto era la vetrina ma c’era già la falce e martello di alluminio di mio zio, la sveglia e il ritratto di qualche morto e allora io dissi piantiamo un chiodo sul muro e la mettiamo lì. E deinter ‘sa -gh mitàmia? (e dentro cosa ci mettiamo?) Niente, c’è già il muro che così diventa più bello. Ecco il ricordo. La piazza è bellissima mo deinter? S’a-gh mitàmia deinter? La risposta è facile. Ohi, ci mettiamo la gente che è capace di andarci anche da sola alla mattina per incontrare amici e amiche, al pomeriggio a fare due passi, alla sera a farne altri due fino all’ora di andare a letto. Capirai se la gente ci va spontaneamente, mi domando. Una volta sì che ci andavano e anche volentieri perché là, dentro al borgo, c’erano tutte le botteghe, uomini e donne facevano la spesa e discutevano di affari, d’amori, di bestie e di campagna, di politica e di lavoro, di poca paga e di tanta fatica e del frumento e del frumentone che crescono o che calano e si sfogavano sperando di vedere un po’ di luce nella loro vita sempre uguale e qualcuno, quando la messa era finita, passava davanti alla chiesa si levava il cappello e diceva sia lodato Gesù Cristo se c’era il prete o la suora fermi sugli scalini e loro rispondevano uguale perché anche i mangiapreti, sotto sotto, a parte mio zio che era incarognito contro preti frati papa e chiese, avevano rispetto della croce e anche se non pregavano con la voce, dentro di loro restava l’eco di quelle preghiere imparate a memoria da bambini prima di andare a letto. Nei giorni di fiera e di sagra e per le feste comandate i solieresi si radunavano in piazza come in una grande famiglia, mica come nel ‘30 o ’40 che segnavano il tuo nome se non venivi in piazza ad ascoltare il discorso del Duce alla radio. Dalla campagna venivano a Soliera, cioè in piazza, a piedi, in bicicletta o in motorino quelli più moderni, e si conoscevano tutti per nome cognome, scutmai (soprannome) e genealogia e non ti sembrava vero di conoscere tante persone anche se vivevi in case distanti tra di loro, una in via Vaccheria e l’altra in via Fornace o in Via Viazzolo che le strade allora, fascismo a parte, non si occupavano di politica neanche nel nome, né di correre dietro alla modernità ma puntavano alle cose concrete che si capivano al primo colpo mentre oggi se dici Piazza Fratelli Sassi sai che i sassi della ghiaia non c’entrano, ma non sai nemmeno chi erano ‘sti Sassi e se lo domandi nessuno ti sa rispondere e sembra di essere un po’ rimbambiti. La nostra piazza è certamente cambiata in meglio invece mi viene il dubbio che la gente sia cambiata e basta perché al posto di venire in piazza preferiscono andare al GrandEmilia dove trovano fresco d’estate e caldo d’inverno, si accalcano anche se non conoscono nessuno, vanno di gran carriera perché non hanno tempo da perdere, devono fare mille cose e se prendono un caffè si appoggiano appena al banco per non sembrare degli sfaticati e sì e no salutano il barista. Loro, quelle persone lì, devono essere superattivi, mica storie, che se comandassi io scriverei un libro intitolato “Elogio alla lentezza” per insegnargli che l’uomo e la donna devono misurare il tempo dal di dentro di se stessi e non con l’orologio sotto gli occhi, va a finire che comanda lui e ti fa sempre correre così perdi il bello e la poesia delle cose perché dappertutto c’è poesia, che si sappia.

C’è una scena nel film “Miracolo a Milano” di De Sica che tutti dovrebbero fissar bene nella testa tanto è bella, dove si vede un campo di periferia occupato da centinaia di barboni, gente diseredata, gli ultimi degli ultimi, e a un certo punto una barbona dice venite tutti a vedere uno spettacolo unico e tutti quelli che hanno pagato il biglietto per l’affitto della sedia si siedono a guardare dalla stessa parte, là … là, guardate là, aprite bene gli occhi: guardate il tramonto del sole! e tutti applaudono quando gli ultimi raggi si spengono lentamente dietro le case che si fanno scure. Chiuso il sipario di quella giornata.
Noi oggi non abbiamo tempo di guardare l’alba e il tramonto e se anche avessimo il tempo pochi di noi hanno quella sensibilità che dà un brivido sulla pelle, forse ce l’ha un pescatore, forse un marinaio, forse un montanaro dai capelli bianchi che appena guarda lontano vede le cime, il sole o la nebbia, il buio che arriva piano piano come un gatto e gli viene il magone … perché, vedete, il guaio della nostra epoca derubata di emozioni è stata la televisione. Quando non c’era, tutti i contadini si trovavano nella stalla d’inverno o nei cortili a spannocchiare, poi è venuta lei nel 1955, ha fatto un po’ di trambusto ma tutti hanno continuato a incontrarsi nelle piazze, nei cortili, nei cinema, nelle case del contadino che l’aveva comperata anche se costava un occhio della testa e si davano appuntamento al giovedì per guardare insieme il Rischiatutto, Lascia o Raddoppia, quella roba lì, e facevano commenti, nasceva il tifo, che prima non costumava, per il professor Degoli di Carpi e il controfagotto che nessuno l’aveva mai né visto né sentito nominare. Fino lì le cose pote-vano anche andare, c’era fratellanza, amicizia, si beveva insieme un bicchiere, si portava la sedia da casa, era un bel vedere e un bel salutare, ma dopo, quando tutti comprarono il televisore chi s’è visto s’è visto e quando hanno messo su tanti canali si vedevano certi musi lunghi in famiglia perché uno la voleva cotta e l’altro cruda, uno voleva le canzoni della Nilla Pizzi e Claudio Villa, l’altro i film di pistoleri nel Far West , chi il Musichiere e Carosello, chi “Non è mai troppo tardi”… tutte discussioni che in confronto a oggi erano roba da poco perché adesso a farla da padrone non è neanche la tv ma il tablet e lo smartphone tanto è vero che se in piazza uno guarda per aria e urla forte guardate c’è un asino che vola, tutti tirano fuori il telefonino per farsi un selfie con l’asino che vola … roba da màt, per questo dico che la gente in piazza bisogna tirarcela dolcemente, con le buone maniere che poi ci prendono gusto e ci vanno da soli o se no chissà dove vanno a sbattere la testa. Non voglio dire che abbiamo perduto chissà cosa e che una volta era meglio di oggi, niente nostalgie per favore, anzi sono convinto che quello che darà nuova spinta non solo a Soliera, ma al mondo intero, sarà la bellezza e la cultura e noi, con la piazza nuova, un bel passettino avanti l’abbiamo fatto questa volta anche se siamo ben lontani dalle bellezze di certi borghi antichi del medioevo che sono belli ma così belli che viene voglia di sedersi sull’ala del ponte levatoio perché prima o poi passerà un cavaliere col mantello svolazzante e il vestito di velluto. Tanto per dire: noi il castello antico ce l’abbiamo, la piazza anche, la chiesa del settecento pure, con i quadri d’autore come il Giarola e gli altari con paliotti di scagliola in bianco e nero e a colori che sono una bellezza più unica che rara, adesso abbiamo anche la stele di Pomodoro che è diventato come uno di famiglia … ci vediamo alle cinque da Pomodoro …
e chissà che vuoto ci sarà quando Pomodoro la vuole indietro; nelle sale del castello appena rinnovato sappiamo per esperienza che si possono allestire belle mostre, piccole ma di qualità come Intra Moenia, la mostra Biennale Nazionale e quella del miniquadro che i solieresi fanno a gara per metterli sulle pareti di casa e domandano agli amici ce l’hai tu un Carnevali? Io ho anche un Gualberti un Rusconi e un Pittarello, ciapa sò e la gente viene a visitarle e dopo si ferma da Rosy a mangiare la pizza. Adesso che ci penso credo proprio che ai solieresi piaccia davvero l’arte e il bello, da quando al sindaco Lusvardi venne la smania, sacrosanta, di mettere in piedi nell’asilo comunale una mostra di quadri che i pittori dipingevano en plein air, in estemporanea, sparpagliati per il paese e la stessa cosa facevano i bambini delle elementari che ci sono ancora i quadretti dei vincitori lungo la scala delle vecchie scuole Garibaldi terremotate, dunque bisogna che nella giunta comunale venga nominato un assessore all’arte così, un po’ adesso un po’ domani, va a finire che Soliera si fa le ossa sempre più robuste e diventa una cittadina che inaugura mostre d’arte a tutt’andare, conosciute un po’ dappertutto anche dai forestieri perché da noi trovano non solo la pittura, ma c’è anche Arti vive festival, c’è la Festa del racconto, il cinema Italia che mette in cartellone spettacoli teatrali e film proprio belli, c’è la Fiera e la Sagra, Estate Insieme, la Maratona, il Mosto cotto che non vuol mica dire soltanto polenta e ragù e maltagliati con i fagioli ma arti minori e artigianato, tradizione e folclore e poi ci sono i concerti della Filarmonica che è poi la vecchia banda Bruno Lugli e la rassegna di cori nella piazza campanaria, c’è la corsa podistica e il mercato due volte alla settimana, la festa di Natale, la biciclettata della Liberazione … Eh, ce n’è, va là che ce n’è da vedere! Tutta roba che prende vita dal centro storico, basta averne voglia, vincere la pigrizia, smurzer la television e impier al zervèl (spegnere la televisione e accendere il cervello) . Pensa che bello se la nostra filarmonica facesse le prove in piazza e chi passa si ferma e dice: vacca se son bravi e poi tira diritto e va in biblioteca a vedere se c’è qualcosa di nuovo e poi al Mulino in ludoteca a giocare con i bambini. Certo che una volta l’unica ludoteca esistente era il paese intero, i cortili e la piazza dove i putèin correvano dietro a un cerchione di bicicletta e frustavano un frullo e i ragazàm più grandi saltavano la cavallina appoggiati al muro anche a costo di fiaccarsi la schiena. Oggi la ludoteca, gran bella istituzione veh, cercate di capirmi, assomiglia un po’ troppo alla scuola: tutto organizzato, se vuoi ti aiuto, fai così, fai colà, fai a modo, se non ti piace cambiamo… invece una volta stavi là in piazza, t’infilavi nel primo mucchio che vedevi e giocavi a nascondino, a palla, con la corda, a mosca cieca o anche da solo e stavi bene lo stesso perché facevi parte del mucchio anche se andavi in un cantone a contare i figurini.
Pensa che bello se un bel giorno si vedesse una brancata di bambini, senza le mamme e senza i papà sempre pronti a soffiargli sulla schiena, che si trovano in piazza a giocare alla settimana, a battimuro, a giro – girotondo casca il mondo casca la terra … con cantilene e canzoncine per sapere dal furnèr s’lèe còt al pan (dal fornaio se è cotto il pane) e se la lavanderina continua a lavare i fazzoletti anche se oggi sono di carta usa e getta.
Sapete qual è la cosa che mi dà più tristezza? E’ vedere sotto i portici tante vetrine vuote, con i vetri grigi di polvere perché dentro non c’è nessuno oppure vetrine con le veneziane semichiuse dove si intravede un tipo o una tipa al computer che non tira su gli occhi neanche per darti un’occhiata quando passi, ti sembra un estraneo e così, tra le vetrine vuote e quelle che non vedi dentro, la gente fa fatica ad ammucchiarsi davanti per fare commenti e amicizie, ridere, scherzare, non so se mi sono spiegato. Insomma, queste botteghe guai se restano chiuse perché sono come gli occhi sul viso di una bella donna: se sono chiuse, vuol dire che la donna dorme.
Stanotte ho sognato un sacco di belle cose che si potrebbero fare in piazza: piccoli concerti di uno o due strumenti nel cantone di fianco alla scala della biblioteca come fanno in Austria appena vedono uno slargo; piccole perfomance di ragazzi che leggono poesie e libri e chi vuole li ascolta; piccole esibizioni di pittura estemporanea; piccole mostre di antiquariato/vintage per curiosare tra le robe vecchie e indovinare cus’el c’al bagai lè, al cgnàsset tè? (Cos’è quell’affare, lo conosci tu?) Piccole esposizioni e scambio di libri che se li hai già letti li puoi regalare e ti ringraziano con un bel grazie; piccoli raduni di boys scout che cantano i loro bans; festicciole di fine anno degli studenti che di fantasia ne hanno da vendere; artisti di strada che hanno una voglia matta di far vedere quello che sanno fare; serate dedicate a conversare con gli amici con una birretta in mano… insomma non sto a dire tutto, oh l’ho detto che era un sogno e poi è durato poco, però penso che sarebbe bello mettere in piedi tanti progetti, nati anche dal volontariato, molto piccoli e spontanei ma frequenti perché passo dopo passo, come diceva mia nonna, si arriva a Roma, il chè è un bell’andare. Adesso credo che sia ora di lasciarla lì. Ho capito che si può salvare la capra e i cavoli se si realizzano le nuove idee ma si continuano anche a fare le stesse belle iniziative che si facevano nella piazza vecchia e vedrai che la gente molla lì la televisione e la fiacca per stare insieme perché adesso in mano abbiamo un carico da undici: la bellezza, l’arte, la cultura. Uno di questi giorni vado davvero dal sindaco e gli chiedo se in Comune c’è una scrivania libera per metterci un giovane fantasioso e creativo: l’assessore alla bellezza .
17 dicembre 2020
