Giuliano il fotografo
Guido Malagoli
Dove oggi c’è il kebabbaro, in via Don Minzoni, fino a qualche anno fa c’era il negozio-laboratorio fotografico di Giuliano, dove lavorò fin che visse.
Nacque subito un feeling tra noi due fin dal primo giorno che lo conobbi perché, in fondo, avevamo vissuto due vite con molti punti di contatto. Mi spiego. Alla morte di mia madre, era appena terminata la guerra, prima che mio padre tornasse dalla prigionia in Jugoslavia, il mio destino e quello di mia sorella era segnato.
Mio nonno materno disse: “Io non posso tenerli. Chi dùu ragazòo chè a i tgni ueter o se no i van in coleg, (questi due bimbi li tenete voi altrimenti vanno in collegio) al Patronato figli del Popolo”. La Marietta, mia nonna paterna che faceva la lavandaia e in casa c’era poco da correre con i chiari di luna di quegli anni, ci prese per mano, disse poche parole, quelle necessarie che contano: “Un piat de mnestra al catam anch per chi dùu ragazòo chè” (un piatto di minestra lo troviamo anche per questi due bimbi) e ci accolse in casa senza un saluto per il vecchio nonno.
Mi schivai il collegio, ma una quindicina di anni dopo, eccomi al Patronato Figli del popolo come istitutore, lo stesso collegio dove il bambino Giuliano aveva trascorso parte della sua infanzia che non fu certo allietata dalle gioie della famiglia. Di quel collegio parlavamo ogni volta che andavo in negozio a sviluppare le fotografie. I collegi, come tante istituzioni, sono immutabili negli anni: stesse persone, stesso custode, stesso calzolaio interno all’Istituto che cuciva gli scarponcini neri con le borchette che venivano indossati dai patronatini quando andavano in fila dietro ai funerali con finto dolore, avvolti nelle mantelline nere, preceduti, a volte, dalla piccola banda del Patronato che suonava marce funebri sotto la guida del maestro di clarinetto, il signor Boni.
Di questo si parlava con Giuliano e ci sembrava di rivedere il Patronato per i figli del Popolo che aveva sede nel palazzo Santa Margherita di Modena, un bell’edificio ma pieno di tristezza e di drammi umani. Dai nostri ricordi affiorava come in un sogno il cortile con il porticato intorno, le camerate piene di bambini, Suor Pasqua e il refettorio alla fine del corridoio; rievocavamo com’era dura la disciplina e le punizioni quasi da riformatorio, ma anche le belle amicizie che nascevano tra bambini vissuti nella povertà, privi di affetti. Io credo che la sua umanità risalisse a quel tempo vissuto da “bernardino” e alla fatica di vivere nei momenti più difficili. Una volta, da adulto, vide un barbone, un poveraccio che rovistava nel cassonetto delle immondizie per recuperare qualcosa da mangiare. Lo fermò e gli allungò diecimila lire. Il suo cuore non poteva sopportare di vedere la fame e la sofferenza della gente senza compiere un gesto generoso.
Giuliano divenne fotografo, un ottimo fotografo. Venne a Soliera all’inizio degli anni sessanta. Da ragazzo aveva fatto il suo bravo tirocinio presso lo studio Frassoldati e s’era fatto le ossa, tanto che Botti e Pincelli, qualche anno dopo, gli aprirono il negozio a Soliera e glielo affidarono. Mise radici come fa una pianta e non se ne andò più. Si fece una famiglia, una bella famiglia con la Tina e due bravi figlioli. Per anni lo trovavi sempre là, nel laboratorio, a lavorare, ritoccare, stampare, tagliare, con una velocità impressionante.
Anche nella mia famiglia c’erano diversi fotografi che Giuliano conosceva bene. Facevamo qualche considerazione sul carattere del mio secondo cugino, Malagoli Nino, un vero originale, l’unico credo che a Modena comperò una macchinetta grande come una scatola di sardine dal nome Isetta. A quel tempo aveva il laboratorio fotografico in piazza Mazzini ed esponeva in vetrina la foto di un uovo su un piatto bianco convinto che fosse un capolavoro. Ricordavamo mio zio Runchèta che lavorava da Barbieri in via Farini, le sue unghie completamente nerastre per l’acido dello sviluppo e il suo pallore da malato perché passò tutta la vita in camera oscura; parlavamo di Canèta, un altro dipendente di Barbieri, lungo e magro come la fame e di mia zia Lauretta che nel laboratorio di Barbieri si era specializzata nella coloritura a mano delle fotografie e sputacchiava su una tavoletta di china nera per ritoccare con un pennellino i difetti in quelle in bianco e nero.
Anche Giuliano era bravo a ritoccare: “Aspetta un momento” diceva e con un pennellino identico a quello della zia ritoccava velocemente le foto prima di consegnarmele e intanto mi parlava di mille cose anche se due erano i suoi argomenti prediletti : la pesca e l’Egitto.
Raccontava i suoi viaggi in Canada con tanto entusiasmo che mi sembrava di vedere i grandi fiumi dove saltavano i salmoni per risalire la corrente; parlava delle sue “pescate” favolose mentre osservava gli orsi in caccia dall’altra parte del fiume che unghiavano grossi salmoni e se li portavano nel bosco. Uno spettacolo entusiasmante come nella natura incontaminata dell’ Eden.
E poi l’Egitto. Conoscendo il mio desiderio di visitare l’Egitto, affascinato dai grandi monumenti di quella millenaria e straordinaria civiltà, mi diceva: “Se ti serve un indirizzo e vuoi organizzare il tuo viaggio, dì pure a me: conosco quella terra come le mie tasche, ho molti amici, ormai potrei fare la guida turistica”. Era vero, snocciolava nomi, persone, località, monumenti, curiosità, abitudini locali. L’Egitto era per lui una grande passione maturata chissà quando, forse al tempo dei Patronatini mentre guardava le figure sul libro sussidiario e sognava il futuro.
“Aspetta un momento, consegno le foto tessera a questo cliente poi finiamo il discorso!” diceva con gli occhi vivaci e il viso sorridente. Per ritirare una busta di fotografie non impiegavo meno di mezz’ora e ridevamo ricordando anche le sue corse su e giù per la montagna, appollaiato su una roccia per fotografare da un punto di vista panoramico noi amici della Cumpagnìa del Turtèl, inesperti scalatori ma discreti mangiatori. Noi salivamo lentamente in gruppo, lui saliva davanti a tutti, poi scendeva e risaliva nuovamente più volte per fare foto e filmine con nuove inquadrature. Alla sera in rifugio era stanco morto, non cenava nemmeno. S’addormentava come un ghiro, felice perché amava il suo lavoro come pochi.
28 dicembre 2020
