I miei carnevali
Guido Malagoli
Tutto cominciò, se non vado errato, intorno al 1973-74. Una mattina di Carnevale il maestro Rubboli arrivò a scuola con un testone di pagliaccio, una cartapesta dipinta un po’sgangherata, che aveva ricevuto in dono, diciamo “scroccato”, a un suo amico di Cento, organizzatore del famoso carnevale. Non era un bel testone, per la verità, ma faceva la sua figura per le dimensioni e i colori che lo rendevano buffo.
Il bidello Antenore ed io “abboccammo” subito e la mattina seguente caricammo il testone, alto più di un metro e mezzo, su un carro da contadini. Antenore guidò il trattore, fece qualche giro nel cortile della scuola per vedere che effetto faceva, poi s’infilò nella strada, verso il castello. Non si poteva dire che fosse un Carnevale, era soltanto la voglia di carnevale che, nonostante la pochezza, piacque ai bambini della scuola che salutavano il testone dalle finestre. L’anno dopo, o quello dopo ancora, il maestro Rubboli si diede da fare per dare vita ad un vero Carnevale solierese. Fece le cose in grande. Non solo appassionò le classi, insegnanti e genitori, ma invitò a Soliera nientemeno che la famiglia Pavironica. Il sindaco Lusvardi Danilo in persona andò ad accogliere gli illustri ospiti che fecero il loro sproloquio davanti al Municipio seguendo a braccio il copione che avevo preparato per l’occasione. Il tutto si concluse con qualche allegra suonata della banda al completo e una passeggiata tra i bambini in costume. Credo che tutta Soliera fosse presente, un po’ per la novità – erano anni che non si festeggiava alla grande il carnevale – e un po’ per la presenza di Sandrone e famiglia. Fu un successo. Da quell’anno, 1976, il Carnevale si fece le ossa, e che ossa! Dai pochi carri iniziali si raggiunse il numero di una trentina perché si aggregarono anche le scuole delle frazioni, la scuola Materna e alcuni gruppi spontanei, come la Cumpagnìa dal Turtèl e i genitori più geniali. Elencare la tipologia di tutti i carri e dei gruppi a piedi che sfilarono non è impresa facile: spazzacamini, Zorri, cinesi e pagode, suonatori, polentari e contadini, arabi e arabe, cow boy e indiani, spadaccini e pistoleri … evviva la fantasia! Ce n’era per tutti i gusti.
Ricordo, ovviamente, i più significativi della mia classe che elaborò progetti originali in linea con i “vigenti programmi scolastici” tanto per far capire che anche il Carnevale poteva essere un momento educativo coerente col programma e dunque era una cosa buona. Il carissimo Righi Tonino ci ospitò per tre anni scolastici nel suo nuovo capannone, anzi accatastò i mobili in vendita in un angolo per lasciarci più spazio. Ci fornì tutta la strumentazione necessaria, saldatrice e compressore, sega elettrica e trapani, anche i chiodi e il lambrusco. Di meglio non si poteva.
Dopo il primo carro-capanna della classe terza che dedicammo agli uomini primitivi (confesso che mi diede un sacco di soddisfazioni perché i bambini e io stesso odoravamo di carne alla griglia dato che indossavamo armi e ornamenti ricavati da ossi di maiale spolpati ed essiccati nella stufa) …
… passammo al carro con il tempio di Pestum, colonnato bianco e capitelli dorici (rinunciammo al Colosseo soltanto per non sembrare invasati) i soldati indossavano toghe, daghe elmi ricavati dai fustini di Dash e scudi decorati dai ragazzi stessi. Toccò a me l’ambito compito di impersonare Nerone con la lira e la corona d’alloro.
Per la prima volta nella mia vita mi calai nella parte di imperatore e mi sentii poeta e artefice.
In quarta classe illustrammo l’epoca barbarica. Grazie alle mani d’oro delle mamme che non si persero mai d’animo di fronte alle nostre richieste di coerenza storica, furono confezionati i costumi da longobardi, galli, visigoti con corna, alabarde e scudi rotondi. Nessuno può immaginare le urla strazianti dei figuranti durante la sfilata. Confesso che latrati più gotici di quelli non s’erano mai uditi a Soliera tanto erano liberatori.
Quando arrivammo in classe quinta, era il 1980, ci dedicammo alle arti belle e agli artisti, con un carro alla parigina, tipo Boheme, con tanto di balconata e torretta, che avrebbe mandato in estasi anche Mimì e Rodolfo, impressionisti e cubisti. I gruppi a piedi festeggiavano, lanciavano manate di coriandoli, ballavano lungo il percorso al suono della musica dei giradischi che, per un certo periodo, faticammo ad utilizzare a causa della Siae che ci inseguiva senza scrupolo benché giurassimo di essere volonterosi creatori di gioia senza portafoglio.
Quando il carnevale solierese divenne importante, e lo capimmo il giorno in cui si vide il dottor Bianchini che si dava da fare avanti e indietro per filmare tutti i gruppi preceduto da Giuliano Teritti con l’armamentario professionale a tracolla, la maestra Soliani Carla pensò di informare i giornalisti del Resto del Carlino e della Gazzetta di Modena che ne dissero un gran bene.
Negli anni seguenti il Carnevale, credo, si ammalò di gigantismo, o soffrì per la mancanza di spazi adatti per allestire i carri, o s’addormentò per la stanchezza dei “i soliti eroi” che continuarono a lavorare di sera nei capannoni gelidi nonostante qualche bella bevuta e qualche cantata insieme, o forse vennero a meno alcune figure di genitori specializzati come falegnami, fabbri, pittori, sarte, tutta gente capace di usare chiodi, martello, pennello e ago. Tutto cambia, c’è un tempo per ridere e uno per pensare, disse qualcuno fatalista. Insomma poco alla volta, com’era nato, altrettanto velocemente si concluse la buona stella dei carri del Carnevale solierese e rimase soltanto il modesto, anzi modestissimo carnevale di classe, a scuola, intra moenia, da consumare senza troppo chiasso durante la ricreazione “allargata” con la proibizione assoluta di lanciare coriandoli, nemmeno uno, soltanto stelle filanti, ma poche, per non imbrattare le aule e il cortile che poi qualcuno si lamenta. Per decreto ministeriale fu anche proibito alle nonne e alle madri volonterose di preparare a casa e portare a scuola quei giganteschi vassoi di frappe profumate che per anni riempirono di gioia i bambini e di piacere le maestre e i maestri golosi.
>>“Il carnevale dei ricordi”<< Giuliano Teritti e Luigi Tessari – Soliera, 1979-1980-1981.
>>“Carri carnevaleschi a Soliera”<< di Azzurro Manicardi.
25 GENNAIO 2021
