Me a sun ‘d Bais
Luisella Vaccari
Foto – il calcinculo che si alternava al circo, nello stesso spiazzo di fronte all’asilo. (Materiale fotografico del Comune di Soliera)
“Me a sun d’ Bais” così si presentava all’inizio dello spettacolo il proprietario di un circo che veniva a Soliera negli anni ’50.
I miei ricordi sono pochi, si limitano a questa frase, alle due belle figlie del “capo” e al fatto che il circo fosse poverissimo.
Le ragazze erano veramente belle e si esibivano, per evidente necessità, in diverse abilità e ruoli, con i loro consunti costumi di scena, pieni di lustrini e perline cadenti che però, per una bimba, esercitavano sempre un grande fascino.
I miei ricordi finiscono qua ma mi vengono in aiuto le testimonianze degli amici di “Sei di Soliera se…” che raccontano.
Il proprietario si chiamava Giannino Carpi e proveniva da Baiso un paese del reggiano sicché tutti lo chiamavano e lo ricordano come il circo di Baìs.
Si posizionava in uno spiazzo in via Roma, di fronte all’ex asilo comunale dove oggi c’è la casa della famiglia De Pietri. In questo spazio, destinato ad attività di svago e cultura, veniva sistemato anche il calcinculo e, almeno una volta, trovò posto un teatro-tenda che presentò, per diverse sere e con notevole bravura, alcune opere classiche.
Il circo di Baìs si era integrato molto bene con la gente di Soliera ed oggi lo si definirebbe un circo “aperto” nel quale trovavano posto per le loro esibizioni anche gli artisti locali come Ivano Brausi e il famoso trio Sandrino Ghèda e Bobo. Il divertimento era assicurato!
Il proprietario che era naturalmente il conduttore delle serate raccontava spesso delle storielle la più famosa delle quali era quella del leone.
E’ troppo bella, non posso trattenermi dal raccontarla.
“C’era un uomo disoccupato che, pur di sbarcare il lunario, accettava qualsiasi lavoro. Arriva in paese un circo ma purtroppo durante il giorno muore il leone. Il proprietario nell’intento di salvare lo spettacolo, cerca qualcuno che si presti a fare la parte del leone.
Il nostro uomo accetta, gli viene messa addosso la pelliccia del defunto e viene sistemato nella gabbia sul panchetto tradizionalmente destinato alla belva.
Quando il domatore entra nella gabbia, ahimè, è accompagnato dalla leonessa la quale, con lento passo felino, si avvicina inesorabilmente al nostro leone in preda al terrore e quando gli è sufficientemente vicina gli fa “Sta tranquél, a sun un disocupè anca mè!” (Sta tranquillo, sono un disoccupato anch’io)
Anche se i miei ricordi non sono molto nitidi, c’è una cosa che invece si risveglia come allora e come sempre nella mia vita: l’affascinante fluido dello spettacolo, di ciò che arriva da dietro una tenda di velluto. Quella tenda di velluto che divide la realtà dalla fantasia per poi unirle in un magico incanto.
31 gennaio 2021
