Il terremoto e la precarietà della Chiesa
Danilo Beneforti
La recente esperienza vissuta del terremoto a Soliera ha fatto certamente riflettere ognuno di noi sulla precarietà della nostra esistenza; improvvisamente ci siamo sentiti indifesi, insicuri, alla ricerca di “un gancio in mezzo al cielo” a cui aggrapparci.
Ho letto da qualche parte che il termine precarietà contiene in se’ ciò che è ottenuto con la preghiera (prex), quindi frutto della grazia.
Ma nel sentire comune precarietà è soprattutto ciò che è percepito come provvisorio, transitorio, non per sempre.
Ma se ci pensiamo, tutto ciò che ci circonda è precario, in particolare la nostra condizione umana.
Dio creò cose precarie ma vide che erano buone e belle.
Forse come credenti abbiamo perso o rimosso questa consapevolezza quando pensiamo alla Chiesa e alla nostra esperienza di fede.
Se è vero che, per fede, crediamo che “le porte degli inferi” non prevarranno sulla chiesa di Dio è anche vero che Gesù non ha mai tolto la precarietà alle comunità cristiane.
Prova ne sia che, nel corso della storia, alcune delle comunità apparentemente più salde si sono mostrate talmente precarie da scomparire.
Ed oggi, passato il tempo di una Chiesa potente e piena di garanzie non solo spirituali, ci si scopre cristiani ridotti in minoranza in un mondo a volte indifferente con la conseguenza di comunità cristiane che si sentono fragili, indifese, precarie.
Ma questa è la condizione del cristiano nel mondo; anormale forse era la cristianità da Costantino fino ai tempi moderni. (E. Bianchi)
Quando Gesù parla di “piccolo gregge”, sale, luce, città posta sopra il monte, lievito nella pasta non pensa a maggioranze schiaccianti.
E poi essere una piccola realtà, una minoranza non significa essere insignificanti, così come essere fragili non significa essere decadenti spiritualmente.
Se pensiamo ai discepoli e alla prima comunità essa era numericamente esigua, precaria e fragile; fino ad arrivare all’abbandono e al tradimento del loro maestro e profeta.
Ciò che da sempre è importante è che le comunità cristiane vivano secondo il Vangelo e lo testimonino, senza ricercare visibilità ostentate o rifugiarsi in spiritualità del nascondimento.
E i fedeli laici, parte importante di quella Chiesa “popolo di Dio” indicata dal Concilio, siano persone che non alzano barriere ma promotori di vere relazioni, che evitano spiritualità senza contorni o fai da te, ma esperienze fedeli al Vangelo e che, come Paolo, pensano che la vera forza sta nella piccolezza, nella debolezza dell’uomo amato da Dio. Parlando di precarietà, abbiamo vissuto recentemente l’esperienza del terremoto nelle nostre zone.
Anche noi a Soliera, viviamo la precarietà di una Chiesa (luogo di culto)nella quale facciamo insieme esperienza di provvisorietà.
La cosa non ci deve preoccupare oltre misura.
Anzi, penso che questo periodo “precario” possa condurci al Natale, dove il figlio di Dio nasce in un luogo precario perché per lui non c’era posto nell’albergo, permettendoci di sperimentare insieme consapevolmente questa nostra eterna condizione.
Guardo in su la copertura della tensostruttura in plastica bianca e vedo le foglie che con il vento si spostano continuamente formando disegni sempre diversi; non sarà certamente come quella della Cappella Sistina dipinta da Michelangelo 500 anni fa e nemmeno come quella della nostra chiesa parrocchiale, che speriamo venga al più presto riaperta.
Però, ha un suo ché di originale. In fondo, anche lei è precaria e un giorno verrà rimossa. E quando non ci sarà più, chissà, forse un po’ mi mancherà.
>>“Soliera il 20 e 29 maggio 2012 – Io c’ero”<< di Azzurro Manicardi.
8 novembre 2012
