I racconti dei Don di Soliera
Breve memoria di un quinquennio pastorale, di Don Gaetano Popoli
Sono giunto a Soliera, come vice-Parroco, nel settembre 1978 e lasciai la Parrocchia l’8 Dicembre 1983 per trasferirmi come Parroco ad Albareto di Modena.
A guida della Parrocchia di Soliera c’era Don Ugo Sitti, persona dotata di intelligenza acuta e di cuore di Pastore: più che nell’ufficio parrocchiale Don Ugo era solito incontrare e dialogare con le persone sotto il porticato che corre tra l’ingresso della Chiesa parrocchiale e l’allora noto come il ‘Bar Sonia’: poco più avanti il Castello Campori, di proprietà della Parrocchia, dove risiedevo in un piccolo appartamento. Da questi accenni topografici si intuisce come la Parrocchia ‘si affacciasse’ sulla Piazza principale dell’abitato e come il rapporto vivo e quotidiano con la gente fosse facilitato e diventasse rapporto pastorale. E dunque la Chiesa, luogo specifico dell’incontro comunitario e del dialogo con Dio e la piazza, luogo esperienziale e del confronto con le persone.
Queste modalità di vita cristiana ed umana mi hanno arricchito e ‘preparato’ al futuro.
In canonica, edificio connotato da grande essenzialità, insieme a Don Ugo ed al sottoscritto c’era la Signora Velia Margini che preparava i pasti e ci accudiva: conservo per lei sentimenti di affetto e di profonda riconoscenza.
In quegli anni erano ancora velatamente presenti e si percepivano anche nell’ambito della Comunità tensioni di carattere politico-ideologiche, ma devo dire che alla lunga prevalevano sempre dialogo e vicinanza umana.
Un altro aspetto della vita parrocchiale che va messo in evidenza e non è da sottacere, era un profondo senso di fede presente in molte famiglie e che costituiva l’ossatura spirituale della vita comunitaria e sosteneva le varie attività parrocchiali, da quelle più specificatamente religiose e formative a quelle a maggior connotazione sociale come la Festa del Ringraziamento, le ‘raccolte’ annuali del ferro, carta, vetro …, i campeggi estivi, la stesura e la messa in scena dei recitals, i vivaci incontri sportivi nel campetto di calcio nel retro della Chiesa, …
Pur nel complesso e talvolta difficile cammino di ogni Comunità parrocchiale, in quel periodo a Soliera correva entusiasmo, senso dell’amicizia, spirito comunitario, disponibilità alla collaborazione, … e tutto questo confluiva positivamente nelle Celebrazioni della fede.
Nella mia vita di sacerdote la tappa quinquennale di Soliera mi è stata di forte supporto spirituale ed umano ai ruoli ed agli impegni di responsabilità che avrei ricoperto in seguito.
14 febbraio 2021
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Tempo pastorale a Soliera, di Don Franco Borsari
Nella primavera del 1987 fui interpellato dai superiori per prendere servizio presso la parrocchia di Soliera.
Di fatto, feci il mio ingresso in paese il 24 maggio 1987. Da pochi mesi si era spento Don Ugo Sitti, mitico parroco di Soliera che, prima come cappellano di Don Antonio Cavazzuti, poi come parroco, aveva praticamente catalizzato la parrocchia dalla fine della guerra alla morte avvenuta il 20 gennaio 1987.
Sono rimasto parroco a Soliera fino al 28 settembre 1997. Dieci anni intensi di vita con un paese in trasformazione culturale, sociale, religiosa.
Fare una retrospettiva di quegli anni è ricordare un dialogo con la città sempre più sensibile e aperto.
Così con l’amministrazione comunale si concluse l’annosa questione circa il castello, che fu venduto al Comune dalla parrocchia che lo deteneva da qualche decennio per le diverse opere di catechismo, sociali ecc.
Fu un dialogo lungo e proficuo con l’amministrazione che portò poi la parrocchia a risanare ambienti parrocchiali quali canonica e teatro trasformate in sede di catechismo, riunioni e attività scoutistiche.
Non mancarono contrasti di ogni genere sull’operazione resa necessaria dai tempi, esigenze e prospettive.
Dieci anni di dialogo con le istituzioni presenti in paese e che svolgevano tante attività di solidarietà: penso alla Croce Blu, al Gruppo genitori figli con handicap, a gruppi della festa del vino, del ringraziamento e così via.
Anni di incontri, collaborazione ed entusiasmo.
Dieci anni di attività nella scuola come insegnante con dialogo, corsi con il personale insegnante, i ragazzi le loro famiglie.
All’interno della parrocchia erano tempi nuovi di semina per eventi e iniziative che si sono poi consolidate nel tempo. Penso al canto, in piazza, in chiesa; al gruppo scout che si consolidò e ampliò; alla tenuta dell’azione cattolica che grazie alla presenza e alla stimata figura di Argimiro Arletti, garante contenuto di profondità; rimanendo in parrocchia e in Diocesi una delle associazioni più affermate e vivaci.
La vita di parrocchia, specialmente in paese, è sempre svolta attiva.
Rimanere in poche righe per un tempo così entusiasta è difficile.
Soliera ha le sue consuetudini inveterate e ricche di operosità. Penso alla tradizione della quinquennale della Madonna di San Michele ma anche ad avvenimenti lieti a tutti che accomunano un intero paese.
In dieci anni ho avuto frequentemente contatto con il mondo del lavoro, allora in fervida espansione grazie ai poli artigianali e non solo.
Così a Natale e Pasqua incontri sul posto di lavoro sempre in un clima di accoglienza, dialogo pur nella diversità di cultura e visione religiosa.
Così è stato pure per il mondo agricolo allora ancora presente, sia per le coltivazioni specialmente i vigneti, e per le numerose stalle per cui la festa di S. Antonio attirava ancora per l’aspetto sia religioso che folcloristico.
A distanza di anni, passando per Soliera, un po’ mi perdo per la nuova viabilità ed espansione della città e un po’ mi perdo ricordando volti, episodi, eventi, un vissuto schietto, vivace, sorridente.
La vita di un prete è entrare nel cuore della gente, consegnare un messaggio e invitare all’esperienza cristiana e impartire.
E così concluso il mio tempo, accettando nella chiesa modenese altri compiti, non staccando la spina soprattutto di una affettuosa memoria di persone, luoghi, incontri, gesti sempre arricchenti il vissuto delle persone.
25 febbraio 2021
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Un po’ della vita solierese incontrata con la parrocchia, di Don Marco Maioli
Cerco di ricordare un po’ della vita solierese che ho incontrato in anni recenti, attraverso il ministero nella parrocchia San Giovanni Battista. Ci sono cinque aspetti di vita che sono comuni a tutti: relazioni e legami, lavoro e festa, fragilità, tradizione, cittadinanza. Sotto questi aspetti mi pare di vedere meglio luoghi e volti di Soliera.
Relazioni e legami – Prima come diacono (1986-1992) e poi come sacerdote a Soliera (2004-2020) incontravo papà e mamme che chiedevano il Battesimo per i piccoli di pochi mesi. In esse vedevo le relazioni e legami più aperti alla vita. Coppie (o spesso solo la mamma) che entravano dalla chiesa o dal portico di piazza Sassi in saletta San Pio (ex-Igea, un nome ancora nel ricordo di molti). Si notavano a volte occhi stanchi per ciò che li metteva alla prova, insieme con un senso di riconoscenza o gioia che li apriva a Dio, fonte della vita. Col passare degli anni il numero diminuiva (secolarizzazione … , diminuzione del numero di nascite … ). Inoltre con gli anni erano più frequenti le coppie italiano/straniera o viceversa, o di due stranieri: una Soliera che accoglie; nuovi piccoli chiamati da Gesù alla sua salvezza e alla sua santità. Quando non potevano venire in sala di parrocchia, mi accoglievano in casa loro per la preparazione al battesimo, e forse così intuivano meglio come essi stessi potevano “sentirsi casa” per il Signore.
Lavoro e festa – Il mondo interiore di ognuno è rivelato in certa misura da come vive il rapporto tra tempo di lavoro (o speranza di lavoro … ) e il tempo di festa. Anche prima del Covid a Soliera di anno in anno il lavoro si trasformava: meno lavoro di operai e più lavoro di cura di anziani, di malati e di piccoli; meno lavori sentiti come “diritto” e più lavori di “dovere” o di “necessità precaria”; meno lavori coerenti con la formazione e più lavori disarticolati dalla formazione … . Il giorno festivo poteva diventare per alcuni una fuga, uno svago e una noia se pur tecnologica; oppure un tempo di socialità in diverse forme. Grazie a Dio ho incontrato tanti a Soliera capaci di festa, cioè di benefica socialità, di essere un “noi” in vari luoghi: ad esempio il tempo di ragazzi con genitori ai campi sportivi di via Caduti e via Loschi; o le sere d’estate ai tavoli di parco Resistenza; o la fiera di San Giovanni il 24 giugno in piazza Sassi e vie del centro … Soprattutto ho incontrato a Soliera persone e famiglie vivere la festa non come interruzione del feriale, ma come “giorno del Signore”, annuncio di resurrezione e di speranza aperta: sia nella S. Messa in chiesa; sia in gruppi, giochi e pranzi di comunità, insieme col Parroco dai più anziani ai più piccoli; sia in pellegrinaggi parrocchiali respiro dell’anima.
Fragilità – ho incontrato malati e anziani di Soliera sia in casa loro sia in chiesa, notando intorno a loro l’attività di cura da parte di un familiare o di persone che non erano parenti; la presenza presso di loro di ministri della S. Comunione; le S. Messe periodiche e altri momenti di preghiera in casa protetta di via Matteotti; l’associazione di genitori di disabili e volontari in tante forme e momenti preziosi di sollievo e di comunità solidale; il numeroso e competente volontariato di pubblica assistenza e trasporto, distintosi in tempi di terremoto e poi di epidemia, ma da decenni attivo nel servizio; la Caritas parrocchiale luogo di ascolto, di aiuto, di conoscenza di famiglie, nel nome della carità evangelica.
Tradizione – Di fronte alla ferita di molti divisi in se stessi perché divisi da Dio, sta – da 2000 anni – un’offerta di guarigione, sta la tradizione vivente della chiesa. Negli anni a Soliera, gli educatori ed io ci domandavamo: perché tanti la scartano a priori? O perché riduciamo così facilmente la vita della chiesa a regole, a impegni pastorali, a coerenza civile? Non c’era risposta teorica, era l’esperienza di essere salvati che guariva la ferita. Quando i messaggi erano qualcosa che accadeva, qualcosa di verificabile come dilatazione di speranza e di comunità, vedevamo crescere la vita cristiana. In luoghi come il centro Giovanni Paolo II, nei campi estivi e invernali con esperienze-messaggio preparate insieme. Grazie a chi si faceva formica tenace e paziente di questo trasmettere per esperienze!
Cittadinanza – Quanto siamo “cittadini”? Pare che un indicatore di cittadinanza sia la disponibilità a investire risorse (tempo e denaro) a produrre beni e servizi che poi serviranno non solo a noi, ma anche ad altri. Persone così le incontravo quasi ogni giorno: non mai isolate, ma ispirate da amicizia, ideali umani o dalla fede e carità vissute nel Signore e nella sua chiesa. E’ noto che Soliera ha più associazioni di volontariato e altri gruppi che tante altre cittadine, anche più grandi. Essi sono a fianco di fragilità diverse e numerose. Mi colpiva positivamente l’annuale incontro di rappresentanti di volontariato e di politica vicino a Natale: essi, partendo dalle ispirazioni e convinzioni proprie di ciascuno, sanno costruire con il dialogo le sinergie, sempre più preziose nella complessità e nelle fatiche delle vecchie e nuove povertà.
25 febbraio 2021
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Ti vedo bene a Soliera, di Don Antonio Manfredini
Mai avrei pensato di venire parroco a Soliera e di restarvi per tanti anni.
Quando fui accolto il 9 Novembre 1997 la parrocchia aveva circa 8.000 abitanti. Ora ne conta più di 10.000. I solieresi mi hanno accolto con calore e amicizia. Mi sono trovato molto bene fin dall’inizio e ho capito che il Vescovo Mons. Benito Cocchi aveva ragione quando mi disse: ”Ti vedo bene a Soliera: pensaci e poi dimmi di sì”.
Ho trovato tanti parrocchiani generosi, molto impegnati nel volontariato, religioso e laico, capace di esprimere un tessuto sociale vivo e solidale.
Nei 22 anni del mio ministero ho insistito su due idee-forza che in molti hanno condiviso e imitato: il Signore ci vuole felici e dovendo “camminare insieme” è bello che “gareggiamo nello stimarci a vicenda”. Sono due messaggi che vanno al cuore di tutti: infatti si sta bene quando si è benvoluti e si può crescere nella stima.
Fin dall’inizio posso dire che i rapporti con le istituzioni locali sono sempre stati costruttivi e collaborativi. Ora viviamo un periodo di crisi. Anche a Soliera la popolazione tende a diminuire e cresce l’indice di invecchiamento e sono calate le nascite. Questo è il problema più grave di Soliera e anche a livello nazionale. Infatti senza bambini non c’è futuro.
Aiutare i giovani e le famiglie in difficoltà diventa sempre più urgente. La collaborazione della Caritas Parrocchiale con gli uffici sociali e le diverse realtà del volontariato sta ottenendo ottimi risultati. Quando ho rinunciato alla parrocchia ho chiesto di continuare ad abitare e a collaborare con quelli che considero da sempre la mia famiglia. Sono certo che continueremo a “camminare insieme” perché l’unità di una comunità è ciò che più la qualifica.
Alleluia!
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Nessuno è profeta in patria, di Don Francesco Preziosi
Quando sono arrivato come parroco a Soliera oltre ai numerosi scatoloni mi sono portato dietro un bagaglio di esperienza vissuta come parroco di otto parrocchiette nella prima montagna dell’appennino tra Modena e Bologna: l’Unità Pastorale “Guiglia”. Esperienza che mi ha formato, plasmato, forgiato e umanamente irrobustito.
Come disse il Vescovo al mio ingresso: “Nessuno è profeta in patria”. Quindi anche evangelicamente non sono partito con i migliori auspici. In più dopo pochi mesi il lockdown generale causa pandemia Covid-19 non ha sicuramente giocato a favore e mi ha richiamato ad una solitudine che non fosse isolamento.
Avrei voluto incontrare le persone invece di chiudermi in casa, avrei voluto vedere le persone in chiesa, invece di celebrare a porte chiuse e con la Chiesa vuota: non si è potuto fare altrimenti ed è stato giusto così! Un’ esperienza nuova che mi ha interrogato su come essere presente lo stesso anche in quella situazione: “Il vangelo non è incatenato” e quindi ogni occasione è opportuna per annunciare il Vangelo.
E quindi, con l’aiuto di parrocchiani esperti, abbiamo iniziato a studiare l’utilizzo di nuove piattaforme che permettevano modalità diverse di incontro. Certo non era la stessa cosa di vedersi di persona, ma sicuramente era meglio di niente.
Quindi riunioni, catechismo, attività dei gruppi tutte “on line”. E devo dire che questo tempo è stato comunque fecondo: la nascita del gruppo MASCI ossia della comunità del Movimento Adulti Scout Italiani, gli esercizi spirituali nella vita quotidiana, altre iniziative di coordinamento, l’elezione del nuovo Consiglio Pastorale Parrocchiale e degli Affari Economici.
Non siamo stati fermi. La comunità ha espresso le sue doti migliori e abbiamo iniziato a camminare insieme.
Le aspettative da parte mia non sono tante e, sinceramente dopo questa pandemia, penso che tutta la Chiesa in generale sarà chiamata a un restyling complessivo sempre più urgente: una pastorale che abbia al cuore la famiglia e che riparta dalle piccole chiese domestiche così delineate già all’epoca del Concilio Vaticano II e assaporate in germe proprio nel periodo della pandemia: Dio ci chiama proprio là dove noi pensiamo non ci sia nulla di buono.
L’unico progetto sempre valido è il Vangelo e io sono chiamato, indegnamente, come pastore ad annunciarlo e a viverlo in mezzo a questo popolo essendo parte di questo popolo. Non mi aspetto grandi successi, oppure di creare grandi consensi intorno alla mia persona: questo non è il mio compito.
Semplicemente vorrei camminare con questo popolo, il mio popolo da cui provengo e a cui appartengo, in questo territorio, per condividere le gioie e i dolori, per portarli davanti a Dio nella preghiera ed indicare ad ogni uomo in ricerca della verità che il Signore è all’opera nella vita di tutti, anche di chi non lo cerca esplicitamente: Dio è sempre alla ricerca dell’uomo e non smette di chiamarlo alla vera comunione con Lui, per una gioia autentica. Questa è la direzione e la meta finale. Questo è il cuore di ciò che sono chiamato e devo fare ogni giorno, nella condivisione della vita e nella quotidianità più semplice e vera.
