Noi di questo paese
Ruggero Toni

Era l’Autunno del 1943. Dopo l’otto settembre i tedeschi erano dappertutto, anche a Soliera, e procedevano ai “rastrellamenti”: cercavano uomini che poi deportavano in Germania nei “campi di lavoro” e nelle loro fabbriche, per sostituire i loro uomini che erano al fronte.

La mia famiglia abitava in una casa di campagna non lontana dal paese e i soldati tedeschi spesso venivano a fare controlli. Mia madre allora, non appena li vedeva arrivare dallo stradello, ci spingeva fuori e ci metteva tutti in fila, dalla più grande a me, che ero il più piccolo, davanti al portone di casa spalancato. Secondo mia madre quel portone spalancato significava che non avevamo niente da nascondere. Io avevo quattro anni e una gran paura, per fortuna mia madre chiudeva la fila mettendosi vicino a me e ponendomi una mano sulla spalla. Le mie sorelle, Anna, Oscarina, Celsina e Osanna, ragazze dai 17 ai 10 anni, restavano mute, in un silenzio pieno d’ansia. Solo mia madre parlava, spiegando al militare tedesco che comandava il gruppo che i suoi uomini con i fucili spianati avevano di fronte tutta la famiglia. Aggiungeva che mio padre era fuori per i suoi commerci e li rassicurava dicendo che non c’erano altri uomini in casa. Di solito, dopo aver guardato un po’ in giro, se ne andavano.

Se avessero saputo … Anna, la mia sorella più grande, una ragazza alta, statuaria, occhi chiari in un bel viso sorridente, collaborava con i partigiani, portando notizie e a volte qualche pistola. Aveva un nome di battaglia conosciuto solo dal comandante partigiano e da pochi altri: “Manon”. Penso che non lo sapesse nemmeno mia madre. Certamente lo ignorava anche mio padre perché, protettivo e geloso delle sue figlie com’era, avrebbe temuto che Anna venisse scoperta, catturata e forse torturata.

Ma anche mio padre, quasi cinquantenne, a suo modo lottava. In combutta con il dottor Vallisnieri, il veterinario del paese, cercava di fornire carne ai compaesani, quasi affamati, sotto l’etichetta di carne di bassa macelleria sacrificando qualche manza fintamente o realmente ammalata, ma non in modo pericoloso.

E anche mia madre a modo suo lottava. Nascondeva infatti, in tunnel scavati nel  fienile collocato sopra la stalla, due solieresi renitenti alla leva e talvolta, di notte, due comandanti partigiani venivano a dormire in solaio nel ballatoio murato della scala all’ultimo piano. L’angusto spazio era  nascosto e protetto da un quadro della Sacra Famiglia. I due erano comunisti e mangiapreti. Che dire allora di mia madre, vessillifera dell’enorme bandiera della compagnia dell’Addolorata, che volentieri li nascondeva, impassibile e indifferente! Non si fece mancare neanche un architetto ebreo che nell’estate del ’45 stava tentando di tornare a Roma. Anche lui finì in granaio e rimase con noi alcuni giorni. Forse era uscito da un campo di concentramento. Aveva fame e fu sfamato poi riprese la sua strada. Mia madre lo chiamava “Romanello”: ricevette da Roma, dopo un anno, alcune cartoline. Solo “grazie” c’era scritto. Mio padre era al corrente di tutto, taciturno, consenziente e consapevole.

Quando a Soliera fu inaugurato il monumento che ricordava i terribili giorni della guerra e della Resistenza, sulla pietra di forma ovale fu composta la frase: ” Noi di questo paese vogliamo ricordare che tutti, nella riscossa della resistenza fummo una sola famiglia, con un’arma o l’altra tutti combattemmo … ” Io pensai a mia madre, a mia sorella, a mio padre, coraggiosi eroi di battaglie quotidiane.

Ora il monumento bronzeo si erge solitario sul suo piedistallo nel “parco vecchio”, quello con la montagnola, dove qualche anziano trascorre un momento di riposo volgendo le spalle a via Garibaldi. Dell’eroe dei due mondi tutti si ricordano. Degli eroi sconosciuti che hanno lottato e rischiato la vita in quei giorni terribili del ’43 pochi  Solieresi hanno memoria.

21 febbraio 2021

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