Il “mio” terremoto 20/29 maggio 2012
Luciana Ognibene
Io ho una casa strana con le pareti interne fatte per metà di mattoni e per il resto, la parte superiore, di vetro.
Ho i soffitti molto alti con le travi a vista.
La prima scossa, di notte, ci ha svegliati con la sensazione di essere attaccati dagli aerei, bombardati.
I vetri, vibrando, fecero un rumore così forte e particolare che lo ricordo ancora a distanza di tempo.
“Il terremoto!” urlai a mio marito ed avevo già i piedi giù dal letto.
Ho fatto l’unica cosa che non avrei dovuto, sono uscita in terrazzo rischiando, così, di essere colpita da qualche pietra che crollava.
Ci siamo vestiti alla velocità della luce e giù per le scale, in strada.
Era Maggio e non faceva tanto freddo; ci trovammo con un po’ di persone che provenivano da varie case intorno a noi, gli sguardi confusi, chi spaventato di più, chi meno, una frase ricorrente :”Speriamo sia finita qui, chissà dov’è l’epicentro”.
Dopo un po’ tornammo in casa, non a letto, e chi poteva dormire?
Ogni tanto ‘tirava’ qualche scossa di assestamento per farci capire che il movimento c’era ancora ma niente di forte.
Ricordo che andammo a pranzo fuori, al “Poggio” un ristorante di amici nella campagna di Carpi, ci sentivamo più sicuri fuori insieme ad altre persone e poi il Poggio era a piano terra…
Superai bene questo evento e piano piano dimenticai l’accaduto senza tanti problemi.
Non era la prima volta che sentivo il terremoto e non mi spavento facilmente, non potevo immaginare che nove giorni dopo sarebbe tornato, ancora più forte e persistente!!!
Questa volta ero in ufficio, erano le nove di mattina e le pareti del capannone si avvicinavano durante le scosse, inclinate, in un movimento innaturale.
La terra, sotto, si muoveva tanto, troppo, in un moto circolare che assomigliava ad un vortice.
Scappai fuori insieme ai miei colleghi ma non riuscimmo più a rientrare se non per prendere, velocemente, le nostre cose e andare a casa.
Casa, per modo di dire, chi aveva il coraggio di rifugiarsi in casa?
Io feci un sopralluogo veloce per controllare che non ci fossero problemi e non ce n’erano, ma era la Paura che governava, paura che arrivasse una scossa più grossa, che crollasse tutto.
Questa incertezza mi fece perdere la fiducia nella mia casa, il mio rifugio sicuro era diventato il mio pericolo e non sapevo cosa fare e dove andare.
In quei momenti ho proprio vissuto l’abbandono, il nulla, ero perduta…
Andai dai miei, stavano bene ed erano tranquilli, tutti meno mio nipote che stava piantando una tenda in giardino.
Mi consultai con mio marito e mio figlio e decidemmo di andare da suo padre, il mio ex marito che abitava in campagna, in una vecchia casa colonica.
Lo trovammo fuori, in cortile, la casa era visibilmente crepata all’interno, non si poteva entrare nella maniera più assoluta.
Lui era solo e nostro figlio, che abitava da solo in un appartamento decise di rimanere lì.
Restammo anche noi, io e mio marito, organizzammo un “campeggio” con tavolo, sedie, fornello, piantammo le tende, avevamo l’acqua e tanta campagna intorno.
Materassini e sacchi a pelo li avevamo, così unimmo le nostre paure che divennero “solidarietà consolatrice”, insieme ci facevamo coraggio.
E così, quella che avrebbe dovuto essere la sistemazione di una notte divenne la nostra abitazione per un mese.
>>“Soliera il 20 e il 29 maggio 2012 – Io c’ero”>> di Azzurro Manicardi.
21 marzo 2021
