Dietro le quinte del matrimonio di Enea Pio
Guido Malagoli

Era il 2006 quando, rileggendo una breve annotazione dello storico Don Paolo Guaitoli, mi sovvenne di scrivere un copioncino in merito. Il don affermava che fu celebrato a Soliera il matrimonio tra il duca Enea Pio di Savoia e la nobildonna Laura degli Obizzi da Padova. Era l’anno del Signore 1573, proprio qui, a Soliera, nel castello. E pensare che qualcuno osa dire che a Soliera non succede mai niente! Quel matrimonio fu senza dubbio di grande richiamo per la nobiltà del tempo perché Enea, oltre ad essere Signore di Sassuolo, Consigliere di Stato in Piemonte, Ambasciatore piemontese a Roma, Governatore di Reggio e non so quanti altri titoli avesse, era anche signore di Soliera come tutore del nipote Marco di soli 4 anni (legit-timo erede di Ercole Pio) il quale diventò un adolescente saltafossi di carattere orgoglioso e violento tanto che a soli 17 anni si liberò della tutela dello zio e lo mandò a quel paese.
Sto divagando.
Celebrare un matrimonio rinascimentale a Soliera davanti al castello mi sembrò un’occasione ghiotta e unica. Bastava aggiungere un po’ di fantasia, i soliti luoghi comuni che circolano su castelli, castellane, cortigiani, popolo e nobiltà e il gioco era fatto. Mi pareva anche un’occasione ottima per riciclare alcuni allestimenti scenici costruiti dal professor Canalini e dal suo fido “scudiero” Neri Rino e i 150 costumi cuciti dai genitori della scuola Media in occasione della disfida medievale che si svolse in piazza durante la Fiera del 22 giugno 2001. Decisi di scrivere un copioncino ad hoc, consapevole di commettere un falso storico se avessi calcato troppo la mano vista la pochezza del documento del Guaitoli, perciò misi le mani avanti scrivendo sotto al titolo: Viaggio verosimile e fantasioso di Guido Malagoli in un passato incerto e nebuloso.

Che voleva significare in definitiva: tutto ciò che vedrete e udrete è da gustare senza tirare fuori troppi cavilli storici. Ecco liquidato il problema della verità storica. Per stare dalla parte del frumentone, come suol dirsi, scrissi una sceneggiatura che prevedeva NON il matrimonio dei due nobili sic et simpliciter, ma una “prova generale” dello stesso matrimonio in un contesto di finzione teatrale.
I personaggi principali erano i due giovani sposi, era ovvio; occorreva aggiungere quelli secondari, assegnare le parti alle comparse e creare il contesto. La regia dello spettacolo fu affidata alle mani sicure di Luisella Vaccari perché solo lei era ed è in grado di gestire come si deve decine di comparse e attori indisciplinati e di coordinare varie associazioni del territorio. Neri, il falegname, si diede da fare per costruire due troni per gli illustri nubendi, i cassoni decorati per il corredo e, udite udite, anche la famosa ruota da carro che solo lui – a suo dire – (cfr. testo n.110) era in grado di costruire con la tecnica di una volta e anche se avessimo cercato con il lumicino tra gli artigiani di Soliera non avremmo trovato nessuno.
Pensai a lui quando progettai il gioco dei quattro quartieri, una specie di tiro alla fune tra Soliera, Limidi, Secchia e Sozzigalli. Le funi erano legate ortogonalmente alla ruota e chi gh’aviva bòun doveva tirare per far uscire la ruota dallo spazio delimitato all’inizio del gioco. Neri guardava la sua ruota con i lustrini agli occhi, io guardavo lui e mi compiacevo della mia generosità.
Più complessa fu l’attribuzione delle parti ai comprimari perché si doveva tenere conto del «physique du rôle» cioè dell’aspetto fisico dei protagonisti e del loro regale portamento. Tanti furono i candidati al ruolo di nobile, spinti dal desiderio di assaporare come si stava in quei panni damascati. Devo dire che la scelta della regista fu perfetta: se guardate le foto di quell’evento, scoprirete visi alla Raffaello e posture rinascimentali DOC, da incorniciare, come il viso di Cimo della Malagoliana gente limidese.
I costumi d’epoca delle nobildonne e dei nobiluomini, broccati pizzi e gioielli, furono presi a noleggio nel laboratorio di via della Vite a Modena che ci fornì vestimenti di tale bellezza che gli attori, appena li indossarono, precipitarono psicologicamente indietro di quasi cinque secoli e cominciarono a guardarsi l’un l’altro con l’altezzosità tipica delle persone di rango dal sangue blu.
Visto che non pagavo io, mi sono permesso di suggerire in copione la presenza di un gruppo di sbandieratori professionisti per festeggiare il fausto evento. Per restare in tema e dare verosimiglianza alla rievocazione, consultai un sacco di libri per presentare un matrimonio rinascimentale capace di stupire. Inventai molte situazioni sceniche da eseguire coralmente (girotondo intorno al palo con i nastri, danza pavana, musicanti al balconcino …) animando la piazza con danzatrici e tamburini, soldati-scudieri- gendarmi -cannonieri, paggi, damigelle, servitori, popolani e popolane. Il palcoscenico invece era riservato ai personaggi legittimi come il cerimoniere, il prete, il notaio, il ciambellano per non parlare del finto regista e del finto storico. Per il pranzo scomodai nientemeno che un menù storico del grande cuoco messer Cristoforo da Messisbugo da Ferarra, il quale per l’occasione raccontò di un banchetto sontuoso con un’entrata e quattro imbandigioni per un totale di una cinquantina di piatti terminando la festa con libagioni e musiche e steche per anetare li denti. Più di così!
Il difficile fu trovare i nomi e il casato dei nobili che in corteo dovevano dirigersi dignitosamente verso il palco per offrire i loro doni alla giovane regal coppia. In quel tempo si sa che le rivalità tra i nobili, anche quelli confinanti, erano all’ordine del giorno. Le scaramucce prendevano fuoco in un attimo come fiammiferi e ogni pretesto era buono per armarsi e impadronirsi di terre e beni altrui, ma io feci finta di niente e li trattai tutti allo stesso modo, come se fossero amiconi di vecchia data in festa. Qualcuno offrì doni preziosi, altri – più spilorci- meno preziosi, quasi insignificanti, ma che ne sapevo io di come si faceva la lista di nozze a quel tempo? Decisi a sentimento.
Il finale dello spettacolo mi piacque moltissimo, ne fui soddisfatto, lo trovai di levatura felliniana. All’entrata dell’Ape e dello spazzino che allontanò senza indugio la folla plaudente, i nobili attoniti e gli augusti sposi perché doveva ripulire la piazza per il mercato del giorno dopo, mi resi conto che di meglio non potevo fare.
Mi dicono, ma io non l’ho sentito con le mie orecchie, che alcune persone del pubblico abbiano chiesto andandosene: “A che ora fanno domani sera il matrimonio vero?”
Delizioso pubblico.

 

>>“Inaugurazione castello e matrimonio storico”<< In primo piano – Soliera, Fiera di San Giovanni 2007.

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