LE 1000 SFUMATURE DELLA SCUOLA

Mirandola, settembre 1980.
Ero tanto felice. Era il mio primo giorno di scuola. La mamma mi fece indossare il grembiulino rosa e controllò se nella cartella avevo messo la sveglia puntata, da sistemare sul banco. Sì, la sveglia… Tre anni fa subii un trapianto di rene. Per diversi anni avrei dovuto assumere medicinali antirigetto, e la sveglia mi serviva a ricordarmi la pastiglia da prendere alle 9.30. La mamma mi lasciò nel cortile della scuola con un bacio, io entrai nell’atrio dove un signore con il camice nero mi chiese in che classe ero. «1G» risposi.
«È l’aula con l’arcobaleno disegnato sulla porta, al primo piano.»
Salii le scale e, intimorita, entrai nella stanza dove i bambini facevano un gran baccano. Mi accomodai nell’ultimo banco della fila centrale, vicino alla finestra. Una bambina mora, con gli occhiali, si avvicinò e mi chiese se poteva sedersi accanto a me. Feci di sì con il capo.
«Io sono Alessandra» disse, mentre appoggiava la cartella a terra.
«Io mi chiamo Angela, ciao.» Mi sorrise e capii che poteva essere simpatica. Una donna, vestita con eleganza, entrò e sedette alla cattedra.
«Zitti, bambini! Buongiorno, io sono la vostra maestra» esordì.
«Buongiorno» rispondemmo in coro.
La maestra fece l’appello, poi iniziò con la fonetica dell’alfabeto. Durante la spiegazione, la mia sveglia suonò provocando lo stupore di tutti i bambini. L’insegnante, che era a conoscenza del mio problema, mi disse: «Prendi pure la tua medicina». Io la presi mentre in sottofondo sentivo alcuni compagni ridacchiare. La pastiglia era piccola ma tanto pesante, al punto che mi provocò una prolungata sonnolenza, come accadeva sempre. Io però cercai di seguire la lezione mettendoci tutto il mio impegno. Arrivò il momento della ricreazione e, mentre stavo seduta al mio banco a parlare con Alessandra, alcuni compagni mi chiesero: «La pastiglia, è la tua merenda? È buona?». Io diventai rossa in viso e, battendo i pugni sul banco, urlai: «Cattivi, vi picchio!».Alessandra mi consolò: «Angela, non darci peso, l’importante è che tu stai bene e che fai quello che ti hanno detto i dottori.» La guardai negli occhi, le sorrisi e le dissi: «Grazie, cercherò di non arrabbiarmi più». Riprendemmo la lezione, il tempo scorse via veloce e arrivò la fine del primo giorno di scuola. Giunta a casa, raccontai che i miei compagni di classe mi avevano preso in giro per la pastiglia. I miei genitori mi confortarono e mi dissero di ignorarli. Io, però, iniziai ad andare a scuola con l’ansia dei compagni e del momento della ricreazione. Ogni giorno era una frecciatina che mi faceva sentire sempre più umiliata. La rabbia si accumulava sempre più… finché non arrivò il giorno della bomba. Rita, una bambina alta con i capelli corti, se ne uscì con: “Guarda che a forza di prendere la pastiglia diventerai brutta e ti crescerà la barba come ad un uomo”. Gli altri compagni scoppiarono a ridere con lei, moltiplicando le frecciatine, e allora io presi il banco e lo spostai con tutte le mie forze, facendolo strisciare sul pavimento, fino a urtare le gambe di Rita. Lei urlò per il dolore, ma io non le diedi retta. «Ti sta bene, così impari a prendermi in giro» le gridai. La maestra entrò in aula, vide l’accaduto e mi spedì nell’ufficio della direttrice che convocò d’urgenza mia madre. Lei arrivò di corsa, spaventata, non mi sgridò, volle solo sapere cosa fosse accaduto. La direttrice le riferì il fatto, sostenendo che non ero sana di mente. Io risposi che avevo reagito così perché ero stanca di essere presa in giro. Mamma, con un sorriso e una carezza, mi disse: «Nani, si risolverà tutto». Si rivolse alla direttrice chiedendo quali fossero le intenzioni della scuola. La donna rispose: «Angela non avrà contatti con gli altri bambini finché non avremo gli esiti dei test psicologici». «Mia figlia non è matta, non è giusto isolarla dagli altri» rispose con tono deciso. La direttrice era ferma sulle proprie intenzioni, così mamma mi prese per mano e andammo a casa. I giorni seguenti venni isolata dagli altri compagni e fui sottoposta al test come aveva previsto la direttrice, ma le sue aspettative furono deluse, perché risultai una bambina normalissima. Così tornai alle attività scolastiche regolari. Io mi applicavo con dedizione; in particolare mi piaceva italiano perché volevo imparare a scrivere le favole. Ma accadde un altro episodio che spezzò la serenità che avevo riacquistato dopo il fattaccio del banco. Era un mercoledì, la maestra ci fece fare un dettato. Durante la prova, presi la pastiglia come al solito; pur sentendomi stanca, cercai di proseguire con la scrittura, ma avevo la concentrazione azzerata. Finito il dettato, l’insegnante ci chiese di rileggere il nostro scritto. Al mio turno, lessi due righe, ma mi fermai subito. «Vai avanti» mi incalzò. «Non ci riesco, con la pastiglia non ho l’attenzione» spiegai con voce tremante. La maestra, arrabbiata, mi chiamò alla cattedra. Aprì il cassetto ed estrasse un oggetto che nascose subito alla mia vista, per cui subito non capii cosa fosse. «China la testa» mi ordinò. Io obbedii. Mi posò sui capelli un cerchietto, all’inizio pensai fosse una coroncina da principessa, così provai a toccarla, ma notai subito di fronte a me i compagni che trattenevano le risate. Spostai le mani verso l’alto e avvertii due cose lunghe. La loro consistenza era di cartone e capii che erano orecchie. «Guarda che orecchie a punta!» «Ih oh, ih oh.» Nell’aula si scatenò un pandemonio e realizzai che erano orecchie d’asino. Guardai la maestra confusa, lei mi disse: «Questa è la mia punizione per i bambini svogliati, dovrai indossarle tutto il giorno». Uscii dalla porta e corsi per il corridoio, piangendo e strepitando, finché la direttrice non vide la situazione. Poco dopo arrivarono i miei genitori. Papà si rivolse alla maestra: «Se lei non se ne va subito, chiamo i carabinieri». La mamma prese la maestra per i capelli, la strattonò e le urlò: «Lei la pagherà, i bambini non vanno trattati in questo modo. Si vergogni!». Quindi mi raggiunse, mi sfilò le orecchie e, schifata, le buttò nel cestino. «Andiamo a casa» disse, infine, prendendomi per mano. Da quel giorno, odiai la scuola. Mi veniva il vomito al solo pensiero di affrontare tutto quell’orrore. Per fortuna la maestra fu sospesa dall’incarico. Ci affidarono a una maestra giovane e gentile, che mi prese subito in simpatia. La ragazza aveva capito la mia situazione e mi proteggeva sempre dagli scherni di certi compagni; d’altra parte, i bambini non mi prendevano più in giro come prima. Non so se questo è un racconto bello o brutto, ma scriverlo per me è una rivincita nei confronti di coloro che mi ritenevano una bambina sfaticata, indolente, apatica. Troppo diversa dagli altri, in realtà ero “solo” reduce da un trapianto. Le orecchie furono sì buttate via, ma il dolore che ho provato lo sto metabolizzando solo ora, con queste parole. Grazie.


Progetto finanziato nell’ambito del Bando progetti eventi ed attività culturali promosso da Fondazione Campori
con il sostegno di Comune di Soliera e Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi.
Università libera età Natalia Ginzburg a.p.s. · Comitato di Soliera · via Berlinguer 201 · 41019 · Soliera (MO) C.F. 94064020368
Privacy policy · Cookie policy

Design justnow!