La corona
Guido Malagoli
Al tempo di Vittorio Emanuele III la corona reale faceva bella vista di sè sui documenti ufficiali, era il suggello della sovranità; su uno spartito musicale la corona è quel cappellino con puntino che dà la possibilità di allungare a piacimento il valore della nota o della pausa fino a quando l’esecutore ha fiato nei polmoni oppure vede segnali di noia nel pubblico.
Poi, aiutatemi anche voi a scoprirne altre, io conosco il tappo a corona sulle bottiglie di birra, c’è la corona dentata per caricare l’orologio e quell’altra di maggior diametro nella bicicletta; mi pare che esista anche la corona degli alberi, raramente si vede la corona funebre ancora in uso per i morti di rango; ricordo la corona circolare delle circonferenze concentriche, la corona del rosario per dire due preghiere in santa pace e la corona dei denti, chi non la conosce? Non credevo che esistessero tanti tipi di corone. A noi, fragili umani, come se non bastassero quelle già esistenti, è toccato sperimentare un nuovo tipo di corona che ha il cinismo di diventare maschile quando si abbina al nome virus e si trasforma immediatamente in un terrificante coronavirus, micidiale,subdolo, invadente, canaglia, assassino. Non mi stancherò mai di offenderlo perché lui va per la sua strada come se niente fosse e combina massacri senza guardare in faccia nessuno.
Si ha un bel da dire: possiamo usare la nostra modernissima tecnologia per arginare lo tsunami virale. Si può fare, grazie alla scienza, alla biologia, agli esperti. Si farà, certamente. Quando, non si sa.
Io, però, faccio parte di un coro, la corale “G. Savani” di Carpi. Scusatemi se vi annoierò parlando di me.
Un coro come il nostro, per esempio, come può conservare l’essenza di “coro” se i coristi devono indossare la mascherina sulla bocca/naso e mantenere la distanza minima di un metro? Come può essere ancora coro? E il maestro come può dare gli attacchi perfetti se non si vedono le sue labbra? Si dice: esiste l’elettronica, le video chiamate on line, skype e altre diavolerie simili. Vero. Però, per quanto ne so, il segnale video va ad una velocità, il segnale audio invece se la prende comoda e arriva quando arriva, stanco e assonnato come l’eco soffocato che vien fuori da un pozzo profondo.
Arrivo al dunque. Quando vado (andavo) alle prove del coro io guardo tutte le persone del circolo, baristi compresi, rivolgo un saluto a voce alta, a volte basta anche una parola semplice come “Ciao”, una stretta di mano, una pacca sulla spalla se è gradita: “Clèm, a Cavezz, è tòt a post?” “Emilio grazie per aver portato una sedia anche per me!” “Ciao Sara, questa sera sei più ricciolina del solito!” Poi si canta. Il maestro dirige con le mani, con lo sguardo, col movimento del corpo. Noi cantiamo. Con la telecamera virtuale del mio sguardo inizio una specie di carrellata sul viso degli altri coristi disposti a corona… a “semicorona”. Daniela ride, esprime gioia mentre canta; Sara mi guarda e risponde con gesti ai miei saluti ; Giovanna canta in estasi; Jolanda sorride dall’alto dei suoi novant’anni; Elena è tanto concentrata che solo raramente riesco a incrociarne lo sguardo … poi vado sui tenori : Anna, Franca …Carlo Alberto, Enrico … Torno ai soprani: carrellata sulla prima fila, ciao Antonella, poi alla seconda, alla terza: come va Renata? Il sorriso la illumina. Adesso di nuovo zoommo sui contralti e via così. Che sia per questa ragione che a volte calo? Troppe distrazioni? E’ l’incrocio benevolo degli sguardi che porta a calare mezzo tono? Osservo con uguale intensità anche il maestro, riconosco le diverse espressioni del suo viso o cerco di immaginarle, addirittura! Mentre canto ascolto la voce dei coristi che ho davanti, dietro, accanto, lontano, là in fondo. Le voci formano l’armonia che m’incanta. Questo è “coro” per me. Come potrei cantare davanti a un monitor di vetro, davanti a un tablet come un depresso hikikomori?
Dite che si può? Davvero si può?
Ringrazio tutte le potenzialità dell’elettronica ma io resto legato all’antica. Io devo guardare da vicino i coristi, ascoltarli, salutarli e provare piacere quando mi arriva da qualche parte un sorriso amico.
Secondo me l’immenso valore di un coro nasce dall’essere in semicerchio, a contatto di gomito, di voce, di respiro, di sguardi. Ti odio immensamente coronavirus! Mi presento: sono Guido.
P.S. Ciò che ho scritto sui coristi – la vicinanza gli sguardi, la voce, le pacche sulle spalle, gli abbracci – vale anche per tutti i miei amici, i parenti vicini e lontani (penso ai miei carissimi nipoti) vale per le persone che incontro al mercato e in piazza … Vale, vale.
19 marzo 2021
