Il sotterraneo
Guido Malagoli

Quando andavamo in ludoteca in fila per due e passavamo sotto il voltone, i miei scolari domandavano: “Che cosa c’è dietro a quel portoncino?”
“Ciò che c’è di solito nei sotterranei di tutti i castelli. Le cantine, le stalle, forse le carceri … ”
“Anche le sale di tortura?”
“ Niente sale di tortura”
“Allora i fantasmi!” e ridevano.
“ Ecco, se vi fa piacere laggiù ci sono i fantasmi dei ricordi. Non sono spaventosi né svolazzanti col lenzuolo bianco perchè sono fatti di aria. Tutti i ricordi restano nell’aria, galleggiano per anni intorno a noi come bolle di sapone…”
Non so se ero convincente, ci provavo e loro, sapendo che amavo inventare favole, ci credevano o fingevano con un po’ di malizia.
Il portoncino di cui parlo è sotto all’affresco della Madonna con bambino, a metà del voltone, ed è costituito da due battenti molto bassi di legno scuro, curvi nella parte superiore. Per entrare si deve abbassare la testa.
Una volta vidi il signor Carlo Ferrari salire curvo da una ripida scaletta con uno scatolone in braccio. Pensai che avesse prelevato qualcosa nel sotterraneo, forse laggiù c’era un magazzino di cose sue, cercai di sbirciare nell’oscurità, così per il desiderio di sapere, ma non vidi nulla di interessante e proseguii non volendo fare la figura del braghero.
Soltanto molti anni dopo ho potuto esplorare il sotterraneo in occasione di una bella mostra di fotografie di Oscar Lolli collocata in quella sede insolita e suggestiva, da artista. Era la prima volta, per quel che ne so, che quello spazio veniva utilizzato per un progetto culturale.
Il sotterraneo era esattamente come l’avevo immaginato.


Pietre grossolane malamente intonacate, il soffitto basso curvo incombente, qualche finestrella verso sud, l’illuminazione scarsa e un sentore di umidità e di muffa che faceva venire alla mente un mondo di mistero, fuori dal tempo, dove si presagiva la paura e il vuoto come in una grotta preistorica non riuscendo a vedere oltre.
Ci sono davvero i fantasmi, vorrei ripetere ai ragazzi di allora. Non li vediamo, ma chi conosce la storia può sentire la loro presenza che si chiama “ricordo”.
Millenovecentoquarantatre, millenovecentoquarantaquattro. Scendo la ripida scala sconnessa che porta nel sotterraneo a livello della fossa castellana. La luce fioca di una lumiera a petrolio illumina le spesse pareti dove si muovono ombre oblique. Ai lati due panche di legno, qualche sedia sgangherata, nient’altro. Arrivano le persone di corsa per fuggire all’attacco degli aerei annunciati dall’urlo della sirena d’allarme. Donne con i bambini in braccio e vecchi impauriti scendono a fatica la rampa con qualche sporta e una coperta, famiglie intere. Il rifugio si riempie di voci. Chi può prende posto, ci si accontenta anche di stare appoggiati alle pareti purché finisca presto l’incubo dei bombardieri che fanno vibrare l’aria e spaventano più del tuono. Adesso si sta in silenzio col terrore di sentire il sibilo di morte delle bombe che cadono. In quei momenti si può pregare o piangere, si abbracciano i figli, tutto finirà presto vedrai poi andiamo a casa, siamo nella pancia della terra. Qualcuno guarda fisso il muro come se volesse verificarne la robustezza. Se una bomba cade sul ca-stello facciamo la fine del topo, dice un vecchio che ha ancora in mente l’orrore della guerra del 15-18. La sirena suona il cessato allarme. Si respira. Il sotterraneo lentamente si riempie di parole e di saluti, questa volta è andata bene, ringraziando Dio, ma la paura può tornare la sera stessa appena si percepisce il rombo del mo-tore di Pippo che si avvicina. I ricordi restano nel sotterraneo. Solo chi ha vissuto quei giorni maledetti sa che dietro al portone basso e curvo ci sono ancora i fanta-smi, laggiù, se ci pensiamo un momento.

 

>>“I sotterranei” << nota storica di Azzurro Manicardi.

 

18 novembre 2020

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