Giovedì chiuso per turno
Sauro Bellodi

Una cartolina. Scivolata dalle pagine di un vecchio libro. Non c’è la data, e neppure con la lente la si può leggere dal timbro postale.
La didascalia dice: “ATHENS – Sounion. The temple of Possidon.”
L’indirizzo è uno di quelli che stringono o allargano il cuore, come il Sounion di Atene, il promontorio che per ultimo o per primo era negli occhi dei soldati che si allontanavano o tornavano in nave dalla guerra: Spett. Bar Acli – Via della chiesa – Soliera – Modena – ITALIA.

Ma anche la firma sotto gli “Infiniti Saluti” è di quelle che aprono il cassetto della memoria: Lolli Arrigo. L’idraulico. Burlone, pasticcione, mattacchione, chiacchierone, simpaticone. Accrescitivi impastati di allegria. Sponsor delle nostre squadre di calcio nei tornei estivi.
Via della Chiesa non c’è più. La strada è ancora là, è il nome che è cambiato in via Papa Giovanni XXIII. Ci abitava pure Arrigo, subito passato l’incrocio di via XXV Aprile, e lo vedevo arrivare al Bar Acli “su per la discesa”, stretta tra il campetto da tennis e quello da calcio, con la sua tuta da lavoro a salopette: passo svelto, mani in tasca, ciondolante, un po’ struscione.
Sull’angolo, sotto il portico, in piazza Fratelli Sassi, c’era il Bar Acli, che per tutti era il Bar della Sonia!
Prima del bar, in quello stabile aveva sede la filiale del Banco di San Geminiano e San Prospero, trasferita, all’inizio degli anni ’60, nell’edificio accanto, a ridosso del castello, di fronte alla merceria di Ferrari, al bazar di Codeluppi, che a quel tempo aveva anche una pompa di benzina sulla piazza, al laboratorio di Vaccari, che aggiustava radio e tv, e al magazzino di scarpe, di chi non ricordo. Prospicente al distributore di Codeluppi, sul lato opposto della piazza, c’era una fontanella d’acqua, mai fresca per quanto la si facesse scorrere.
Rimasti vuoti i locali della Banca e messi in vendita dalla proprietà, fu don Ugo, il parroco, a lanciare l’idea di acquisirli per la costituzione di un circolo o di un bar sociale; insomma, considerata la forte contrapposizione politica che divideva il paese, si voleva un luogo di aggregazione per coloro che frequentavano la parrocchia o le erano ideologicamente vicino. Così, venne acquistato.
I locali dei piani alti richiedevano costosi interventi di restauro, ma potevano aspettare; il piano terra era agibile e subito si susseguirono riunioni per decidere il da farsi. Inizialmente qualche giovane propose un Circolo Culturale, ma i tempi non erano maturi per soluzioni forse troppo elitarie e un po’ fumose, per cui i grandi, più concreti e meno sognatori, decisero per un circolo/bar da affiliare ad un Ente di ispirazione cristiana come “copertura”.
I grandi, almeno quelli che ricordo più autorevoli a fianco di don Ugo, erano Argimiro Arletti, Vittorio Gozzi, Giancarlo Fontanesi, Carlo Benatti, Emilio Bruschi, Beniamino Righi, Adriano Franciosi, Carlo Ferrari, Nino Loschi e pochi altri. Si presero quindi contatti con le ACLI di Modena, e il presidente provinciale del tempo venne più volte a Soliera per alcuni incontri preliminari in cui, oltre a ripercorrere la storia del Movimento e discutere della nostra situazione sociale e politica, vennero illustrate le condizioni richieste per la costituzione del nuovo circolo; infine, si presero gli accordi, anche commerciali, per avviare l’attività.

Intanto, si era deciso di intitolare il Circolo alla memoria di Augusto Lugli, un giovane solierese dirigente dell’Azione Cattolica, delegato Aspiranti, caduto a soli 22 anni nella campagna di Russia il 9 gennaio 1942 a Gorbowka (oggi Horlivcka), in Ucraina, a seguito delle ferite riportate alcuni giorni prima, il 28 dicembre, colpito dalle schegge di una bomba aerea.
Emilio Bruschi, eletto Presidente delle ACLI solieresi, diede il via alla campagna tesseramento in quanto solo i soci avrebbero potuto frequentare il Circolo.

Per la gestione Vittorio Gozzi propose la sorella Sonia: fu così che nacque il Bar della Sonia!
Inizialmente si faceva un po’ d’attenzione che i frequentatori fossero soci tesserati, anche se magari loro non sapevano di esserlo, dato che sulla piazza c’erano altri due bar che avrebbero potuto sollevare questioni e si temevano sanzioni. Infatti, di fianco alla chiesa, ad inizio della piazza, c’era il Bar Chiletto, frequentato da gente matura, la borghesia solierese; mentre, sotto il portico di fronte, a far angolo con via Don Minzoni, c’era il Bar di Valiero (o forse Leoni?). Da Valiero si andava il giovedì, quando la Sonia era chiusa per turno, e si giocava a biliardo o a flipper, il primo arrivato a Soliera. Poi, quasi subito, il Bar Chiletto si trasferì nel nuovo palazzone e non si fece più tanto caso ai frequentatori del circolo, finché cambiarono le regole. Infatti, in provincia i circoli, ACLI e ARCI, in pochi anni proliferarono e, in mancanza di controlli, rappresentavano una concorrenza sleale nei confronti degli esercizi pubblici. Per ovviare, una apposita normativa stabilì che essi non potessero avere un accesso diretto al bar, quindi occorreva adeguarsi. Nell’impossibilità di chiudere l’ingresso dal portico, quindi di poter regolarizzare il circolo, a salvare il Bar della Sonia fu il vicesindaco del tempo, un carpigiano, il quale, notificando la nuova normativa, propose una licenza pubblica nel timore che l’eventuale chiusura spopolasse ulteriormente la già quasi desertificata piazza.

Si era agli inizi degli anni Settanta. Il Circolo ACLI cessò formalmente di esistere ma gli avventori neppure se ne accorsero perché la vita del bar continuò con licenza pubblica intestata direttamente alla Sonia o, forse, al fratello Vittorio. Sicché, quando la Polisportiva Solierese organizzò il Trofeo delle Officine, il bar della Sonia partecipò, almeno due volte, come Bar ACLI, pur non essendo più tale. Per la cronaca, è il caso di ricordare la vittoria a uno di questi tornei, con la Sonia che prima non voleva partecipassimo, poi la sera della vittoria festeggiò offrendoci un mini banchetto e pose con orgogliosa solennità la coppa vinta sullo scaffale dei liquori con un “guai a chi la tàca”. E questo trofeo rimase al suo posto per sempre!
Certo che considerare Sonia alla stregua di una normale esercente sarebbe limitativo e fuorviante. Aveva iniziato con spirito di servizio e continuò con lo stesso impegno e dedizione. Trattava noi ragazzi con fare materno, e tra sgridate e incoraggiamenti il caffè o il panino ce li serviva anche senza soldi, seppur brontolando, segnando le consumazioni ben sapendo che non sempre … Ad ogni esame universitario mai dimenticava di chiedere il voto e se questo era troppo basso ci rimbrottava per giorni, mentre, se l’esame era andato male, non mancava di incoraggiarci per la volta prossima. Per un Trenta: un “brèv”, un “vin chè c’ad dag un bès” e un caffè servito con un “’an t’l’ho brìsa sgné”! E non mancava di dirci la sua anche sulle ragazze che ci piacevano! Io ne avevo una a 150 km che mi telefonava al bar, e Sonia, anziché chiamarmi e passarmi la telefonata, pur non avendola mai vista né conosciuta, stava anche 10 minuti a chiacchierare con lei raccontandole per filo e per segno i fatti miei! Insomma, le piaceva e io ho dovuto sposarla…
Ad aiutarla al banco c’era sua sorella Silvana e di tanto in tanto, a dare una mano, si aggiungeva Bruno Goldoni.
Il venerdì sera era speciale, perché ai giovani mariti era concessa dalle giovani mogli la libera uscita, per cui la compagnia era al completo. Allora le sfide a carte diventavano interminabili, finché, dopo la mezzanotte, Bruno andava al forno Borelli, naturalmente chiuso ma già attivo, a prendere la stria calda fumante, con cui chiudevamo le partite di strappetto bugiardo o di briscola o di scala quaranta o di cotecchio. Poi si tornava a casa con una puzza di fumo addosso che lasciava la scia.
Per un certo periodo, al sabato, con Cesarino (Cesare Goldoni), marito di Silvana, si organizzavano gare di briscola o di scala quaranta, con premi in natura. In queste occasioni l’affluenza era straripante, ma ad un certo punto, non ricordo per quale ragione, la cosa non si poté più fare.
L’alternativa al gioco erano le discussioni politiche, soprattutto a commento dei consigli comunali e della cronaca nazionale, o sportive. Sia nell’un caso che nell’altro l’accanimento finiva sempre per sfiorare il parossismo. Quando poi alla televisione, che era posta su un trespolo nell’angolo a destra dell’ingresso, trasmettevano una partita di calcio dell’Inter per la Coppa dei Campioni era un delirio, con “Pinèin”, Cavani di cognome, ultra tifoso nerazzurro, che gesticolando con il suo unico braccio ribatteva a juventini e milanisti con furore, finché esausto improvvisamente usciva per non collassare.
Durante il giorno gli avventori erano per lo più anziani, spesso raccolti attorno ad un tavolino con le mani nelle mani a raccontarsi storie di un tempo. Più o meno come si sta facendo qui ora. Ricordo un gustoso aneddoto, ma non saprei a chi attribuirlo, che orecchiai intenzionalmente mentre fingevo di leggere la Gazzetta.
Rievocando la figura dell’arciprete don Ferrari, predecessore di don Cavazzuti, raccontavano che era soprannominato “don carèta”, perché, quando doveva andare a Modena, per raggiungere la stazione dell’Appalto si serviva della carretta di un certo Maran, che faceva servizio trasporto persone con cavallo e calesse. A questo signor Maran piaceva il vino, pur non eccedendo, per cui andava all’appuntamento con l’arciprete in largo anticipo sperando di poter scroccare un buon bicchiere. Un giorno, arrivando che don Carèta non si era ancora alzato da tavola, ottenne il suo scopo e gustandosi il vino che gli veniva offerto se ne uscì con un “Sgnor Arziprét, quand a pèins cl’è al sanghèv ed noster Sgnor, a in bevrév ‘na bòta”. (Signor Arciprete quando penso che è il sangue di nostro Signore, ne berrei una botte!)
Un altro personaggio che non si può dimenticare era Tiset, all’anagrafe Alfredo Pini. Al sabato pomeriggio arrivava intabarrato, in bocca un tronchetto di toscano salivato; salutava tutti, uno ad uno, con “stùpid”, poi si scioglieva dal tabarro e si scopriva che teneva tra le mani due schedine, una del Totocalcio e una del Totip. Cercava sempre Adriano Franciosi per farsele giocare. Se Adriano non c’era, allora si rivolgeva a uno di noi ragazzi. Controllava che nella prima casella mettessimo “na crόš”, pareggio, poi potevamo inserire i risultati che volevamo. Per il Totip, di cui nessuno di noi era minimamente esperto, avevamo imparato da Adriano: si ribaltava la schedina del Totocalcio e si ricopiavano i segni. Credo che almeno una volta abbia vinto.
Ora dicono che il Bar della Sonia non ci sia più. E che anche lei non ci sia più. Ma è solo perché oggi è Giovedì.

19 dicembre 2020

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