Una manciata d’anni dopo la guerra
Ruggero Morselli & co.
con il prezioso apporto di Roberto Leoni, Mauro Martinelli e Giancarlo Setti (Pupo)
Nella foto: in basso da sx Ivaldo Pederzoli, Mauro Martinelli, Ermanno Morandi, Giancarlo Arletti – fila di mezzo da sx Giancarlo Setti, Alfonsino Pini (Pirola), Ferdinando Malagoli (Ciba), Romano Molinari, Giuseppe Balestrazzi (Al Cin) – dietro da sx – Mauro Monti, Vanni Bianchini, Luciano Martinelli, Remo Balestrazzi (Pito) Giampaolo Lugli.
Una manciata d’anni dopo la guerra, nella seconda metà degli anni ’50, i paesi erano tutta un’atmosfera di valori, rispetto e soprattutto solidarietà umana e Soliera non era certamente diversa.
Il lavoro, se non c’era, lo inventavi, lo creavi, ti arrangiavi, ti adattavi. Le domande di oggi in un colloquio di assunzione sono “Lo stipendio qual è? Si lavora al sabato? E le ferie?”. Allora niente di tutto questo; con una miseria agghiacciante qualcuno chiedeva se prendevano a lavorare il figlio gratis, in primis per imparare il mestiere poi per evitare che consumasse le scarpe stando in giro.
In questo contesto noi ragazzini, dopo la scuola, inventavamo di tutto per passare il tempo senza spese … non ne avevamo!
Cito alcuni giochi che Mauro Martinelli spiega da vero esperto.
“Lippa e lappa” (lépa làpa) – Era un gioco piuttosto complesso che si giocava in due squadre concorrenti. Gli attrezzi erano un bastone di circa 50/60 centimetri (la lappa) e uno più corto di 15 centimetri con gli estremi appuntiti (la lippa).
La lippa, sistemata in un cerchio segnato sul terreno e battuta in una delle due punte da un giocatore con la lappa, schizzava in aria e veniva percossa al volo. Se il giocatore avversario riusciva ad afferrarla oppure rimandarla con le mani nel cerchio, si aggiudicava il tiro e il battitore veniva eliminato.
Se invece la lippa non entrava nel cerchio, il battitore la colpiva di nuovo per tre volte alla scopo di allontanarla sempre di più dal cerchio e a lui venivano assegnati tanti punti quanti erano i metri di distanza della lippa dal cerchio.
“La pialla” (la piàsterla) – Era un sasso appiattito che veniva lanciato a distanza sui mucchietti di figurini e alla fine dei lanci i concorrenti entravano in possesso dei figurini più vicini alla loro pialla.
“Battimuro” (batmur) – C’erano due versioni che iniziavano entrambe così. Si appoggiava una figurina al muro all’altezza della testa del giocatore e si lasciava cadere a terra. Nella prima versione il concorrente che per primo faceva cadere la figurina, anche parzialmente, su una delle figurine già a terra, le vinceva tutte.
Nella seconda versione lo scontro era frontale tra due giocatori: quando si lasciava cadere la figurina si dichiarava “figura o bianco” e si vinceva o si perdeva a seconda di come cadeva la figurina.
“Biglie o palline” (al bucini) – La palline inizialmente erano di terracotta; arrivarono poi quelle di vetro, che erano molto ambite ma che in pochi potevano comperare perché costavano molto, salvo trovarle nelle bottiglie della “gazzosa”.
Il campo preferito per il gioco era il prato di fronte al municipio.
I giochi che si potevano fare col bucini erano diversi ma il più comune era quello “della piramide” (la pilòta).Consisteva nel costruire una piramide con le palline ammonticchiate che ciascun concorrente voleva mettere in gioco. Tracciata a terra la linea di lancio, ogni giocatore lanciava la sua pallina cercando di colpire la pilotta. Le palline che fallivano il bersaglio restavano al banco mentre vinceva tutte le palline della pilotta chi la colpiva facendone cadere anche una sola.
C’erano poi i luoghi che, sempre a costo zero, erano fonte di grande divertimento.
“La montagnola” – Nel parco davanti al Cinema all’aperto c’era una montagnola contornata da due stradine, una da un lato una dall’altro che conducevano al pianoro in alto, affiancate da una bassa siepe di bosso. Sull’anello formato dalle due stradine facevamo delle gare di resistenza alla corsa fissando, per esempio 100 giri (che non erano pochi!). Chi ne faceva di più era il vincitore del giorno!
“Il bagno nel canale” – La nostra piscina di allora era il canale di via Palazzina e di via Gambisa. Il bagno nel canale era una pratica tanto in uso che il comune aveva allestito dei pannelli, fissati come spogliatoi, in modo che gli operai quando verso sera tornavano dal lavoro, potevano fermarsi a fare il bagno. Noi ragazzi abbiamo imparato a nuotare proprio lì: ci buttavamo dentro, incuranti della nostra imperizia, tanto c’era sempre qualcuno che veniva a salvarci e ce la cavavamo con qualche bevuta!
“La blésga” – Che nevicate a quei tempi! La neve veniva rimossa dalla puiàna che passando nella strada, la spostava ai lati lasciando però sul fondo uno strato di circa cinque centimetri, ed era quella la pista che ci consentiva di fare la blésga.
La più praticata in centro a Soliera era quella di via IV Novembre che, essendo in discesa, consentiva una bellissima scivolata fino all’incrocio di via Matteotti.
Un altro luogo per fare la blésga era al Busoun dove c’erano ampie buche create dagli scavi di terra per fare le pietre della fornace. In queste buche, il grande freddo creava uno spesso strato di ghiaccio giusto giusto per le nostre divertenti scivolate.
In piena estate, con le giornate di sole infinite, in gruppo, al pomeriggio il passatempo preferito era girovagare nei campi attigui al castello; anche per chi abitava in centro, intorno dominava la campagna. L’arma di cui eravamo dotati era la mitica fionda (la sfròmbla) e non succedeva mai di essere sprovvisti di proiettili: i sassi. L’allenamento continuo portava a delle precisioni incredibili tanto che i poveri passerotti erano costretti a fughe precipitose, lasciando sul campo i più lenti. Diverso era invece il destino dei bicchierini di ceramica dei pali della luce che con la loro fissità, al pari delle lampadine o dei vetri incustoditi, non avevano scampo.
A questo proposito ricevo una testimonianza diretta di un vero campione della fionda, un vivace ragazzino di allora, Giancarlo Setti, conosciuto da tutti come “Pupo”.
Mi auguro che suo nipote non legga mai questo scritto che potrebbe in qualche modo scalfire l’irreprensibile immagine che egli ha di suo nonno.
“Un pomeriggio sul tardi, tornavo a casa dopo essere stato in compagnia dei soliti amici, munito dell’inseparabile fionda, arma di mia costruzione, ricavata da un ramo biforcuto adattato a cavalletto e due pezzi di elastici che terminavano con una toppa di gomma proveniente da una camera d’aria da ruota di bicicletta.
Passando davanti al municipio vidi il sindaco Roncaglia affacciato a una delle finestre appoggiato con i gomiti al davanzale. Io vedevo che lui mi stava osservando, soprattutto all’altezza della tasca dalla quale fuoriusciva un pezzo di fionda.
Improvvisamente mi rivolse la parola “Non avrai il coraggio di darmi una fiondata!”
Che provocazione! Senza pensarci un attimo ho armato la fionda con un sasso che avevo in tasca e, presa la mira, ho lanciato una fiondata verso la finestra che è andata in frantumi. Il Sindaco si ritirò in un lampo e fece chiudere tutte le imposte e a me pentito (con moderazione) fece un bonario rimprovero.
Si sa che la fama va di pari passo con l’invidia e la mia fama di infallibile tiratore mi portò all’apice della cronaca anche quando la signora Laura, che gestiva il negozietto di frutta e verdura sotto al voltone del castello, trovando un vetro rotto incolpò il solito “Pupo”. Peccato che in quel periodo io fossi al mare alla colonia Adriatica, celebre casa di vacanza per noi piccoli dei comuni di Carpi e Soliera, 170 km. di distanza, troppi per spaccare un vetro a Soliera, troppi anche per un “tiratore scelto” come me!”
Poi i ragazzini sono cresciuti, hanno attaccato al chiodo la fionda e hanno rivolto le loro attenzioni alla Conca Verde.
Roberto Leoni ricorda che la Conca Verde era il ballo all’aperto del paese ed occupava una stupenda aerea che vista dalla piazza sembrava in una buca (forse per questo venne chiamata “conca”). Dall’ingresso posto in via Nenni si scendeva tramite due scalette ai lati della cassa e si entrava in un perimetro contornato da glicini sopra i tavolini, portatori di profumo in primavera alla fioritura con tanta ombra nelle afose estati.
Giancarlo Setti (Pupo) e Maria Grazia Ganzerla in una gara di Rock and Rol
La pista in mattonelle circondata da tubi di ferro era diventata col tempo una pista di pattinaggio a rotelle che, da ritrovo e divertimento, si trasformò in uno sport competitivo. Ma di questo parleremo più avanti.
Ricordo le signore anziane che dalla rete metallica cercavano uno spazio fra il folto dei glicini per poter guardare i giovani che ballavano con le inevitabili “sbraghirèdi” che ne seguivano.
Di fianco al ballo c’era una fontanella (al pumpèin o funtanèin) dal quale sgorgava un’acqua ferruginosa che tutto il paese andava ad attingere formando lunghe file e ricevendo infine il dono di un’acqua tanto fresca che formava la brina tutt’intorno alla bottiglia.
Oggi al posto della Conca Verde e della fontanella si erge il Palazzone.
Appuntamento importante per il ballo la domenica sera, la Conca Verde negli anni del dopo-guerra ebbe tale successo che furono invitati cantanti di spessore fra gli altri Nilla Pizzi e Achille Togliani. Curioso l’episodio che, poco più che bambino ricordo come fosse ora a dimostrazione dell’atmosfera dei tempi; a differenza del Medusa con gestione privata il Conca Verde era di proprietà della comunità quindi giudicato “popolare”, per sovrastare la concorrenza i responsabili della Conca Verde chiamarono con notevole sforzo l’allora personaggio al culmine del successo Luciano Taioli campione melodico di musica leggera, al chè Bagigi, proprietario del Medusa, rispose con Little Tony rock-star emergente e molto apprezzato dalla fascia più giovane. Il paese e la provincia tutta, sbalorditi come in una unica serata partecipassero ben due star nazionali in una comunità così piccola, non ricordo chi ci rimise e chi guadagnò ma la serata sì! Mai assistito in centro a un movimento simile; erano tempi in cui non tutti entravano e pagavano, la maggioranza era ai bordi dei locali soddisfatti del canto dei suoi beniamini che fuoriusciva con poca spesa.
Il ballo della comunità, con la sua pista di mattonelle ci permetteva di andare a scattinare coi pattini a rotelle che, come ricorda Mauro, costituivano una interessante attrattiva anche per il gonnellino (inedito a quei tempi) indossato dalle ragazze pattinatrici.
Da puro passatempo si trasformò, come accennato prima, in sport di velocità su strada orgoglio del paese allora per i risultati ottenuti. Con l’affiliazione U.I.S.P. io e Roberto Leoni da adolescenti arrivammo primo e secondo ai campionati Italiani a Modena ma non ricordo se eravamo solo noi due o max in quattro o cinque.
I più grandi però costituirono una bella squadra, vedi nella foto da sx Ivaldo Pederzoli di Limidi (fratello di Ornello partigiano a cui Limidi ha titolato il Centro Sociale), Giancarlo Setti (Pupo), Mauro Martinelli, Alfonsino Pini e Ermanno Morandi.
Parteciparono a campionati e gare in tutta la provincia e oltre, e l’ultimo anno campionato Italiano a Prato sempre U.I.S.P. dei cui risultati purtroppo sono all’oscuro.
Un piccolo cammeo nei ricordi di Mauro Martinelli “Non avendo sponsorizzazioni, noi ci dovevamo arrangiare in qualsiasi modo per trovare i soldi che servivano per acquistare le ruote di ricambio dei pattini che, allenandoci su strada, avevano un’usura notevole. Una fonte di approvvigionamento era “lo strillonaggio” delle paste dolci. Compravamo una certa quantità di paste e andavamo a venderle porta a porta.”
Abbiamo detto molto ma ancora tanto ci sarebbe da dire: i ricordi sono come le ciliegie, uno tira l’altro, soprattutto quando i ricordi sono belli e gioiosi come quelli della nostra giovinezza.

In basso nella foto Mauro Martinelli e Ivaldo Pederzoli
in alto John Cavani e Giancarlo Setti in trasferta a Vignola per una gara.
14 febbraio 2021
