SOLIERA A BRACCIA APERTE
Guido Malagoli
Nella foto: Vincenzo Apparuti con Paolo Miglioli un bimbo di Zocca che la sua famiglia accolse nell’immediato dopoguerra
Mi dicono: scrivi qualcosa sull’importanza dell’Accoglienza a Soliera.
Eh già, Soliera, i solieresi, hanno una lunga storia di accoglienza, basta guardarsi intorno e guardare indietro. Gli esempi non mancano per scoprire l’animo buono della nostra gente.
Penso all’accoglienza nel 1946 dei bambini Napoletani a quelli di Terracina e del nostro Appennino martoriato dalle stragi; penso a mamma Nina, all’alluvione spaventosa del Polesine che obbligò migliaia di persone a fuggire da quella disgrazia; penso alla chiusura dei manicomi dopo la legge Basaglia; penso ai rifugiati del Cile che giunsero in Emilia per sfuggire alle violenze di Pinochet; penso ai bambini colpiti dalle radiazioni di Chernobyl …
Ho pensato. E’ giusto che tutti i solieresi di oggi e di domani conoscano questi fatti che sono la nostra storia, però sono perplesso.
Non vorrei fare il difficile se dico che mi sembra corretto iniziare analizzando la parola Accoglienza, con la A maiuscola. Il dizionario dice che è “l’atto di accogliere, di ricevere una persona e può essere fredda, affettuosa, festosa, cordiale” eccetera.
Questa spiegazione però non mi basta. Voglio di più. L’accoglienza, dicono i saggi, è un’apertura, come le braccia del Cristo. Chi viene ricevuto viene fatto entrare in una casa, in un gruppo, in sé stessi. Dunque accogliere vuol dire mettersi in gioco, è un concetto che va oltre la buona abitudine dell’ospitalità perché porta in primo piano le persone, chi accoglie e chi è accolto. Dunque nell’accoglienza ci sono due persone che entrano una nell’orizzonte dell’altra.
Adesso ne dirò una grossa:
sottoscrivere un appello, mandare denaro a distanza, partecipare a marce per esprimere solidarietà contro le vittime dei più gravi misfatti può essere definito accoglienza? Quando il ragazzo nero con il borsone suona al campanello di casa mia, gli stringo la mano e scambiamo le solite due chiacchiere ciao stai bene, beh coraggio, oppure incontro quell’altro appoggiato alla colonna del bar o della Coop che mi saluta per abitudine per avere la moneta del carrello e nemmeno mi riconosce, è accoglienza o scarico di coscienza? La mia coscienza.
Io credo di fare bene a dare un segno tangibile, anche la moneta serve, non c’è dubbio, ma credo che sarebbe necessaria una specie di metamorfosi collettiva per ripensare al significato di vivere civile insieme. Sono convinto che anche i gesti isolati vadano bene ma so altrettanto bene che non risolverò i diritti fondamentali dell’uomo col borsone che suona il campanello se non riesco a leggere insieme i bisogni miei e quelli dell’altra persona. Solo così può nascere un vero aiuto. Io provo disagio quando penso: se gli regalo la moneta gli consento di mangiare un panino oggi, ma domani che ne sarà? Questo senso di disagio lo provo anche quando vedo certi ragazzotti venuti da lontano seduti sul muretto davanti al Municipio, senza lavoro, senza futuro, in chiacchiere che non comprendo o in silenzi che mi allontanano. Dopo un po’ queste persone diventano invisibili e non le vedo più.
Alcuni di questi stranieri di varia provenienza cercano in qualche modo di sbarcare il lunario, qualcuno lavora, qualcuno è inoccupato, qualcuno consuma le scarpe sulle strade del nostro paese. Il cibo, in un modo o nell’altro, lo procurano, sono tante le organizzazioni caritative esistenti, ma di certo faranno fatica a trovare una vera “dimora” per affermare il loro diritto all’esistenza. La solidarietà, l’aiuto, la generosità, l’elargizione sono tutti principi importanti che stanno alla base dell’accoglienza, sono un completamento, ma non sono la stessa cosa.
Dopo questa lunga riflessione torno a noi. Mi soffermo sugli episodi di accoglienza del passato e mi convinco che i nostri vecchi avevano in mente la mia idea di accoglienza, quella che mi convince.
Era appena terminata una guerra spaventosa, venti mesi di terrore e di miseria, le famiglie solieresi potevano finalmente tirare il fiato e aggiustarsi le ossa eppure, nello stesso tempo, maturarono idee grandiose nel loro cuore. Pensarono che intorno al tavolo dove, pur tra pesanti ristrettezze, si mangiava in dieci si poteva mangiare anche in undici, decisero che dove dormono in dieci si poteva dormire anche in undici, si poteva stare insieme, ridere insieme, guardare gli occhi dell’altro e parlargli per confortarlo, capire la sofferenza degli altri. Un passo da gigante nelle coscienze: non più io e gli altri, ma NOI. Questi noi, oltretutto, e ciò è ancora più lodevole, venivano da lontano, da terre sconosciute lontane anni luce per quei tempi.
Tanti furono gli esempi di accoglienza, alcuni apparentemente piccoli, che meriterebbero ugualmente di essere menzionati. Si pensi, ad esempio, a coloro che misero in salvo il paracadutista inglese atterrato fortunosamente a Soliera. Lo nascosero rischiando la pelle. Quanti contadini, quante famiglie di Soliera diedero ospitalità ai partigiani nei loro fienili, nelle stalle, nelle botti sepolte in campagna, e li nutrirono, li vestirono, soffrirono insieme, misero in pericolo se stessi e le loro case. Si dirà: la crudeltà della guerra cementa i destini dei cittadini della stessa città, come fanno i fratelli di fronte al comune pericolo. Gesti eroici. Evidentemente questo cemento si è sedimentato nel cuore dei solieresi anche dopo la guerra e si è manifestato durante le lotte operaie, gli scioperi per il diritto al lavoro offrendo solidarietà e aiuto ai disoccupati, ai licenziati, ai braccianti privi di qualsiasi mezzo di sopravvivenza.
Uno degli esempi più grandi fu l’accoglienza che tante famiglie solieresi donarono ai bambini del Sud dal 1946 al 1953. Centinaia di bambini sopravvissero grazie al posto a tavola offerto da famiglie contadine, gente semplice che aprì la porta di casa col sorriso sulle labbra e li protesse come figli per mesi, talvolta anni, talvolta per sempre.
Credo che la nostra terra possieda un segreto trasmesso di generazione in generazione che ha mutato il nostro Dna. E’ un anticorpo resistente contro ogni forma di egoismo. Quando sia avvenuta questa mutazione genetica nessuno può saperlo anche se azzardo un’ipotesi. Nella realtà operaia e contadina dei nostri bisnonni, quando in una casa friggevano le frittelle era consuetudine portarne al vicino di casa, o un pezzo di gnocco o un piatto di frappe per i ragazòo perché la porta del vicino non aveva la chiave, era aperta come se fosse una stanza in più e, al contrario, nessuno si sentiva in debito quando andava a chiedere un po’ di sale o una scodella di farina. Se le porte erano aperte, tuo figlio era mio figlio, il tuo dolore era il mio dolore; i cortili, il ritrovo nelle stalle dopo cena, univano la gente come il sudore della fronte nei campi quando si beveva dallo stesso fiasco. Avevi bisogno del biroccio per spattinare a S. Martino? C’era chi ti prestava biroccio e cavallo; dovevi vendemmiare, trebbiare, macellare il maiale, dovevi tirarti su da un’annata di carestia per la siccità o la tempesta? Amici e parenti si facevano vivi, richiamati da quella benedetta forza primordiale chiamata “aiuto reciproco” che accompagnò l’uomo da Adamo ed Eva verso la civiltà … Anche i figli di una famiglia numerosa che stentava a campare venivano accolti dalle zie e dalle cognate come se fossero nati dal loro ventre o piovuti dal cielo. Succedeva, e quei bambini dicevano di avere due madri.
Gli anticorpi si fecero forti e resistenti. Non dico che il mondo di allora fosse bucolico, anzi, permanevano talvolta feroci rivalità ed egoismi nel cuore di certe persone le quali, non avendo subito la mutazione, rimasero “ ferini belluini e bestioni” cioè peggio delle belve selvagge come li definì il filosofo Vico. La grande maggioranza dei solieresi, però, continuò a portare le frittelle al vicino su un foglio di carta gialla.
Oggi sembra che la virtù dell’accoglienza con la A maiuscola sia assopita, troppi esempi testimoniano il potere negativo dell’individualismo come se l’antico Dna fosse nascosto dietro le cancellate chiuse a chiave delle nostre casette, incapace di uscire all’aperto. Sembra, ma basta un qualsiasi evento eccezionale per alimentarlo nuovamente e farlo lievitare. L’abbiamo visto il giorno dell’alluvione nel 1966, si è manifestato il giorno del terremoto nel 2012 quando i solieresi si preoccuparono della salute dei vicini, si fecero coraggio l’un l’altro, si rimboccarono le maniche per unire le forze, si ritrovarono a pranzare insieme nei cortili; lo vediamo ogni giorno nel sorriso di coloro che fanno volontariato con gli anziani e gli accarezzano la mano; è vivo quando si va all’Avis a donare il sangue; è presente quando si insegna la lingua italiana ai bambini e agli adulti stranieri. C’è, l’antico Dna c’è ancora, statene certi come la brace sotto la cenere che al bisogno s’accende.
Gesti di accoglienza esemplari furono quelli che abbiamo nominato all’inizio di questa riflessione e che ora potrete approfondire con i link che avete a disposizione a piè di pagina …
>>“Le ragazze di Mamma Nina”<<
