Botteghe , bottegai e varia umanità
Claudio Codeluppi
Dalla finestra della mia casa, con un giro d’occhi, si vede tutta la piazza, dal voltone fino alle alberature di via Pietro Nenni. Potrei raccontare vita morte e miracoli di ciò che vi è accaduto a partire dagli anni ’50 a oggi perché lì, sull’acciottolato di sassi di fiume della piazza, ho trascorso la mia infanzia e gran parte della mia vita privata e lavorativa.
Per non rincorrere i passaggi di proprietà delle varie botteghe dicendo prima c’era … poi è arrivato il tale … dopo si è spostato … è subentrato il tal altro … preferisco raccontare la vita della piazza dal 1950 al 1960/65 per evitare confusione in chi legge e per non nominare troppe persone.
Iniziamo dal Castello. Ricordo che all’interno c’era la Cassa di Risparmio al 1° piano, piano nobile dove oggi c’è la biblioteca, prima che subentrasse il maglificio Stella che fu l’ultimo ad andarsene prima del restauro. Nella stanza a metà dello scalone o al piano di sopra abitava un certo Prandini, l’uomo del fattore, poi la maestra Gatti, molto nota e famosa nelle scuole di Soliera. Nella torre, invece, c’era il laboratorio del falegname Silvestri Renzo che occupava anche altri locali con la madre Corradi Italina detta La Biànda, quattro figli maschi: Ermes, Renzo, Cesare e Danilo più le mogli, più i figli … più la sorella Igea … diciamo una famiglia di almeno una quindicina di persone, forse anche di più.
Nelle stanze del castello vennero ospitati anche gli alluvionati del Polesine (1951), poi ci fu la ditta FG (cioè Ferrari e Gozzi) abbigliamento e maglieria che in seguito diventò Confezioni Erica e infine si trasferì a Modena …. Scusatemi, non volevo cadere nel tranello del dopo, e poi, ecc, ma mi accorgo che è un terreno molto insidioso e ci scivolo dentro a piedi pari senza accorgermene.
Mia madre, come tanti che abitavano in piazza, andava a prendere l’acqua da bere alla fontana vicina all’ultimo arco del castello e pompava finché non usciva fresca e ne riempiva un secchio (caldaréin). Quando passavano sotto al voltone i carri che arrivavano dalla campagna carichi di legna e di sacchi di frumento, facevano un gran fracasso a causa dei cerchioni di ferro sull’acciottolato che rimbombava in tutta la piazza.
Molti carri si fermavano davanti alla casa del fattore Silvio Lancellotti, un uomo severo di poche parole (ma se uno metteva la bicicletta davanti al suo portone ne sentiva delle belle) che controllava la sua roba e quella del padrone, non si sa mai, assistito da Prandini, il suo
La casa del fattore e la fontana tra le due auto uomo di fatica. Il fattore Lancellotti allevava per conto proprio qualche gallina, benché fosse proibito in centro paese, e nel pollaio aveva anche un gallo terribile che all’alba, alle quattro, svegliava tutta la piazza cantando come un ossesso.
Quando abbatterono la casa del fattore – erano le vecchie scuderie del castello – e iniziarono i lavori per la nuova costruzione, vidi più di una volta il Marchese Campori con la sua signora presenziare all’abbattimento e alla ricostruzione dell’edificio. Lui, da vero gentiluomo, magro e piccoletto, col sigaro in bocca, sempre elegante, dava l’impressione dell’uomo di vecchio stampo, lei altrettanto elegante al suo fianco.
Dimenticavo di dire che nel cortiletto quadrato del castello c’erano alcune viti d’uva buona – io lo so perché la moglie del fattore, la signora Valentina, qualche grappolino me lo dava – che s’allungavano verso l’alto fino a creare un fresco pergolato.
Dopo la casa del fattore, se giravi a destra, andavi verso le mura che allora sembravano molto più alte per la presenza della fossa profonda: lì c’era un casotto fatiscente di pietra forata dove lavorava Sciflein, un calzolaio simpatico, amico di tutti. Ricordo che lo guardavo mentre batteva il cuoio (il corame, si diceva) su un sasso di fiume piatto e nero, e per riconoscenza quando andavo in colonia gli mandavo una cartolina con questo indirizzo: Al calzolaio Scifolino – Soliera.
Prima di procedere, diamo un’occhiata sotto al voltone dove c’era la falegnameria del signor Artioli Carlo: è un locale piccolo, com’erano piccole tante botteghe artigiane di allora.
Suo suocero Remigio era un omone grande e grosso, dicevano che fosse sempre affamato o forse lo tenevano a stecchetto tanto è vero che di lui si ricordava questo detto che ripeteva spesso: “ S’agh fòsa ‘na taiadela longa da Sulera a Modna e un màt cun un palòt pin ed furmài da stremnèregh insèma …! (Se ci fosse una tagliatella lunga da Soliera a Modena e un matto con una pala piena di formaggio da metterci sopra…) Evidentemente la fame non gli dava tregua e sognava ad occhi aperti!
Spostiamoci verso il cinema Aurora, un locale rustico con l’entrata sullo slargo laterale, con i sedili di legno compensato cigolanti e qualche panca in prima fila dove alla domenica pomeriggio ci radunavamo noi bambini, stretti come sardine con il naso all’insù, disposti a guardare per qualche ora il telone sul quale magicamente comparivano inseguimenti di cow boy e indiani, Ombre rosse, le comiche di Stanlio e Ollio, Tarzan e Cita, tutti in bianco e nero. Partecipavamo alle azioni del film rumoreggiando e gridando: “Quadro! Bestia, quadro!” all’indirizzo dell’operatore, il famoso “Sceriffo”, quando la pellicola saltava e l’audio si perdeva perché dovete sapere che come operatore era scarso e se la pellicola si strappava, sai le urla che si sentivano! Ma se perdevamo qualche inquadratura non ne facevamo un dramma perché spesso guardavamo il film due volte così stavamo fuori dai piedi dei genitori. Se veniva un bisogno urgente era sufficiente correre dietro al cinema dove c’era il gabinetto.
Al centro del cinema c’era una stufona a segatura (stòva a bòla) e, sotto al telone dello schermo, un palco sul quale debuttai quando andavo all’asilo, nel 1953, con qualche storiella in dialetto che mi insegnò Suor Benedetta, detta il Suoro per il vocione, i modi spicci e mascolini.
Erano brevi scenette inventate dalla suora per prendere in giro alcune persone del paese con battute comiche come: “la Clara ed Ziroun cla gh’iva ‘na leinta scura sira e mateina” per dire che portava sempre occhiali scuri.
Ricordo una scenetta: io ero seduto al bar Sport e dicevo: “ Iside, Iside! Dù bicèr! “.
All’inizio del portico lungo c’era il negozio di Ferrari, il padre di Carlo, detto Patachéina senza offesa, perché era un ometto rotondetto. Io non l’ho conosciuto. Di lui mi raccontava mia madre che una volta espose in vetrina un cartello: “Baci senza traccia – Lire 2” per pubblicizzare un nuovo rossetto indelebile. I vecchi ricordano altri suoi cartelli simpatici: “Calze per donne nere” “Calze per donne traforate”
A seguire la barberia di Avertano, gran suonatore di mandolino, di Elis e di Oscar, Jon come garzone. Direte: tante persone in un’unica bottega? Proprio così e c’era sempre gente anche se lavoravano senza orario, fino alle 11 di sera del sabato e la domenica fino all’una o alle due di pomeriggio. Qualcuno andava là per farsi tosare e qualcun altro per imparare qualche maldicenza sugli uomini e le donne del paese. Non è che ci fossero solo loro di barbieri a Soliera, c’era anche Eusonio e, nel castel-lo, Grulli Erio.
Nella piazzetta del Municipio dove oggi c’è il bar con dehor, c’era l’ufficio postale. Non pensate che fosse un granché: c’era ancora il telegrafo di ottone, vecchio tipo, con il rotolo della cartina che scorreva per scrivere i telegrammi.
Si sentiva dire che se qualcuno metteva sul davanzale delle finestre del primo piano il pitale usato durante la notte per evitare cattivi odori oppure per paura di andare al gabinetto al buio, rischiava che qualche ragazzotto, passando da quelle parti la mattina seguente, spingesse con un bastone (una pèrdga) il pitale verso l’interno della stanza con effetti che si possono immaginare, per divertirsi e fare qualche becera risata con i compagni. Succedeva, dicono che succedeva. Una scena degna del Decameron di Boccaccio.
Veniamo al negozio di mio padre, Codeluppi Aladino. A partire dal 1940, mio padre aprì quel negozio di meccanico per biciclette, il veicolo più usato in quegli anni, con riparazione e noleggio di motorini. Vicino alla colonna del negozio c’era anche la pompa per la benzina e la miscela che restò in funzione fino a quando non venne escluso il transito dei veicoli nella piazza anche se non si verificò mai nessun incidente. Soliera si andava lentamente motorizzando.
Mio padre era un bravo meccanico, ma non lavorava da solo nel negozio.
Aveva dei garzoni, Lodi Gilio, Corradi Remo e un altro ragazzotto di nome Regnani Gianfranco che diventò poi il “signor Regnani” e qualche anno dopo, insieme a Rossi mise in piedi nientemeno che l’Areilos, una fabbrica di 400 operai. Gilio era un apprendista, dava una mano a riparare i motorini ma non sapeva neppure guidarli. Gli disse un giorno mio padre con l’affanno: “Dai, muoviti, svelto, prendi la Lambretta e corri a Sozzigalli a chiamare l’ostetrica che mia moglie sta per partorire”. Lui, incosciente partì, caricò l’ostetrica sulla Lambretta e come poté, sbandata più o sbandata meno, la portò a casa Codeluppi, in piazza. La donna scese dal motorino con i capelli diritti e gli occhi spiritati per la paura. Fece ugualmente il suo lavoro come si deve e quella volta nacqui io. Era mezzogiorno e l’anno era il 1948, il giorno: 12 aprile.
Un certo Minèla entrava spesso nel nostro negozio per scaldarsi. Gli fecero uno scherzo visto che era un sempliciotto tanto che dicevano c’a s supieva al nes cun dòo prèdi: misero una candela accesa dentro alla stufa spenta e lo invitarono a scaldarsi. Si avvicinò alla stufa, vide il bagliore della fiammella, pensò che la stufa fosse accesa, si sfregò le mani e disse che faceva proprio un bel caldino quella stufa Becchi.
Quante biciclette c’erano a Soliera in quegli anni! Durante la “fiera di Merci e bestiame” d’agosto nella quale si decideva anche il prezzo del fieno, la piazza si riempiva di biciclette, stracolma addirittura, e il nostro negozio restava aperto tutto il giorno per le riparazioni e il deposito. Chiamavamo tutti i parenti disponibili per darci una mano nella sistemazione delle biciclette. Si lavorava proprio bene.
Proseguendo sotto il portico si incontravano altri negozi: c’era Ciccio (ferramenta) che sul banco aveva una cassettiera ordinatissima piena di chiodi di varia lunghezza che vendeva a peso raccogliendoli con la punta delle dita, con eleganza, meglio di un farmacista, e li avvolgeva in una cartina vecchia della Sisal formando un cartoccino perfetto;
C’era Radio Vaccari, vendita e riparazione di radio a valvole naturalmente, che quando mise in vetrina il primo televisore mia madre mi disse: “Corri da Vaccari a vedere, c’è una scatola che si vedono dentro le figure che si muovono”;
c’era il negozio di tessuti e confezioni di Andreoli Rino, padre di Lucio e Lia; c’era il negozio di Negri Mario barbiere e assicuratore e perché no: intrallazzatore generico dalla chiacchiera facile; a seguire una vecchia casa di Lodi che fu abbattuta nel 1962 e subito ricostruita più moderna, dove c’era una tabaccheria (gestita dal Bisòun) poi il sarto Pacchioni (al Sartein) e la macelleria bovina prima di Silvestri poi di Amos Vaccari infine di Vincenzi. Di fianco c’era il bar di Vittorino Silvestri che diventò in seguito Bar Leoni con i tavolini fuori dal portico, sopra ad un pavimento di legno, quasi un moderno dehor, dove si giocava a briscola, c’era anche il biliardo, e dove mio nonno andava a comperare dei magnifici confettoni con ripieno di liquore. Proseguendo si incontrava la Cooperativa di consumo: cassiere Po Flavio, dipendenti Silvestri Danilo, Colombini e Bassoli detto Rosina. Sotto quel portico, anni dopo, Losi aprì anche un negozio di piante, fiori e sementi.
Sotto lo stesso portico c’era anche il negozio di salumeria-drogheria di Vittorugo, il papà di Luisella, il quale, guarda caso, aveva un fratello daziere molto ligio alle regole tanto che non transigeva di una virgola neppure col fratello, anzi pare che una volta abbia multato anche la madre. Si racconta che un giorno Vittorugo comprò da un contadino diverse casse di vino e le ricoprì con mele campanine nel caso i dazieri l’avessero fermato durante il trasporto illegale. Giunto a casa doveva sistemare le casse in granaio. Passava da quelle parti suo fratello Gilio, il daziere ligio e intransigente, e Vittorugo gli chiese se gli dava una mano. Gilio, disponibile come sempre, aiutò a trasportare le casse. Mentre saliva le scale si lamentava che quelle mele erano davvero molto pesanti, ma non sospettò nulla. E così, a sua insaputa, fu complice, ahimè, dell’evasione del dazio!
Dopo Vittorugo c’era il Bar Sport. Proseguendo dopo l’angolo si arriva al blocco di case detto San Roc ( San Rocco) – non è tanto importante che io ne specifichi la posizione esatta quanto sapere quali erano le attività commerciali e artigianali nel centro storico – ci imbattiamo nei meccanici Berni, poi nel Pastificio Casati, pasta all’uovo e di semola con tanto di marchio, che una volta andò a fuoco per un incendio dell’essiccatoio; la bottega del sellaio Vaccari, un artigiano artista di alto livello capace di costruire e ricamare selle e finimenti che oggi chissà quanto varrebbero;
poi c’era un porticato dove lavorava al fradòr, il maniscalco signor Marchesi Oreste, esperto nella ferratura di cavalli e affini che, a quel tempo, erano tanto numerosi che anche lo spazzino girava per Soliera con un barroccio trainato da un somaro; di fronte al maniscalco c’era il gabbiotto della pesa pubblica dove la signora Ada dal frador pesava la legna, i carri, le merci varie.
Prima della chiesa non dimenticherò mai il centralino telefonico di Erminio Gozzi – dove potevi telefonare, comperare un cappello o una macchina per cucire – gestito dalle figlie Maria e Merope che indossava il cappotto di lana e innumerevoli sciarpe anche d’agosto; accanto ricordo con emozione la drogheria – gelateria della famiglia Lugli detto Bataglina con Remo, Norma e Bruno Lugli, il direttore della banda, che mi prendeva in braccio e mi regalava, non so per quale motivo, dei fogli e dei libri di musica; dopo la chiesa c’era la macelleria di Campagnoli Paolo (detto Pavloun) e del figlio Renato, gran suonatore a orecchio di grancassa e piatti nella banda; il bar Chiletto, locale rumoroso, fumoso quanto basta per il persistente odore di sigari, col biliardo e il “sottomarino”, una saletta appartata, di cui si dicevano maliziosamente un sacco di cose che nessuno doveva sapere per non fare danno ma che tutti sapevano; l’Assunta Bigi, lì accanto, vendeva gnocco di castagne, verdure e fave; c’era anche la bottega di un altro meccanico per biciclette, Paradisi Sisto, così i meccanici a Soliera in quegli anni erano tre, ognuno con i propri clienti: Codeluppi, Sisto e Berni che aveva negozio di fianco al bar Sport.
So che potrei dimenticare qualche nome e qualche bottega importante e qualcuno potrebbe aversene a male, perciò faccio uno sforzo di memoria e sintetizzo: dietro alla piazzetta, cioè di fianco al municipio dove oggi c’è la sede del PD per intenderci, nei primi anni sessanta c’era un fabbro, un certo Tonello, che lavorava la lamiera per farne mobiletti da cucina; più avanti c’era il forno di Borelli e nella stessa contrada c’era anche il mulino di Rumlèin che macinava il grano nella casa dove, in seguito , Gabriele, ex campanaro e sagrestano per tradizione aprì il suo negozietto di frutta e verdura. Ecco ora ricordo: in via Don Minzoni c’era la sartoria da uomo di Bigi Albano e dove oggi c’è la Mediolanum, c’era il negozio di Battistini, generi alimentari e subito dopo, attraversata la strada, c’era una piccola edicola gestita da Ascari mentre l’altra edicola del paese, una specie di gabbiotto quadrato, era situata dopo il meccanico Sisto, verso la casa della Camera del Lavoro, e apparteneva a Nocetti.
Credo, spero, di non aver dimenticato nessuno. La memoria talvolta fa brutti scherzi, dovrei andare al cimitero per controllare i nomi su qualche lapide …
Non c’entra niente con le botteghe e i bottegai, ma mi piace ricordare che esattamente al posto all’odierno Palazzone c’era il ballo Conca Verde, con alberi e glicini rampicanti e una pista di mattonelle abbastanza grande sulle quali imparai a schettinare perché al pomeriggio nessuno proibiva ai bambini di fare le prime evoluzioni di fronte a due bravi schettinatori, già grandi, Ermanno Morandi e Pirola dell’Appalto.
PERSONAGGI IN PIAZZA
Il centro di Soliera era sempre molto animato in quegli anni cinquanta-sessanta, pieno di gente nei giorni di mercato e durante le festività. Oltre allo spazzino, ricordo alcuni personaggi tipici come il signor Fiorigi della Corte, che spingendo una specie di sidecar a pedali portava alla sua affezionata clientela i sacchi di carbonella che veniva usata per cucinare: un bel colpo di vintaròla e il carbone sprigionava tutto il suo calore.
A Soliera, non si crederà, ma veniva anche un pescivendolo (c’è chi dice che si chiamasse Pirein dal pàss) che arrivava in piazza pilotando una moto Guzzi, rossa, la metteva sul cavalletto e apriva i due portapacchi laterali che contenevano pesci gat-to, i più pregiati, pesci sughero, qualche anguilla e pesci anonimi di fiume e di canale. Vendeva quel che vendeva, poi richiudeva i sacchi e ripartiva per continuare la vendita di pesci nelle case di campagna. D’inverno, quando nevicava forte, allora venivano dei mezzi metri di neve alla volta, arrivava in piazza la puiàna (spartineve) spinta da un trattore. Sulla parte anteriore, di legno fatta a V, sedevano alcune persone che funzionavano da zavorra, cioè appesantivano la puiana, rendendo più efficace e veloce lo sgombro della neve. La gente si affacciava alla finestra, uscivano dalle osterie: meno male cha gh’è la puiana – dicevano, e allungavano da bere a questi lavoratori che si riscaldavano sia per i complimenti che per i bicchierini di grappa.
Mi capitava spesso di incontrare in piazza il sindaco Roncaglia. Era un uomo buono, una gran bella persona, semplice e alla buona, ironico, una parola per tutti anche con i bambini. Era il sindaco in mezzo alla gente, sempre in “servizio”. Durante il suo mandato, desideroso di lasciare un mondo migliore, fece asfaltare anche la piazza che, essendo lastricata con sassi di fiume un po’ sconnessi, era poco percorribile. Di lui mi raccontavano un aneddoto molto scherzoso. Gli operai del Comune dovevano pareggiare un terreno o non so che altro e gli chiesero:
“ Séndeg, dove mitòmia tòta ‘sta tèra chè?” (Sindaco, dove mettiamo tutta questa terra?)
“ L’è facil: fèe mò ‘na bèla bùsa fànda e po’ a gl’a mitìi deinter!” (Facile, fate una buca bella fonda e mettetegliela dentro) Gli operai diedero due sbadilate poi si fermarono interdetti.
Nei giorni di mercato arrivava a Soliera un certo Boldrini e prendeva posizione sempre nello stesso posto di fronte alla lapide dei caduti della grande guerra. Era un cantastorie. Attaccava a cantare storie e zirudelle con l’accompagnamento della fisarmonica, proprio come faceva a Modena il famoso Piazza Marino, poeta contadino. Di tanto in tanto si fermava per esibire al pubblico il sapone da barba, la pietra emostatica e le famose lamette da barba Solingen, puro acciaio tedesco. Riattaccava a cantare zirudelle comiche, talune con doppi sensi per dare un po’ di mordente al pubblico adulto maschile, sperando nella vendita delle lamette, e talvolta cantava insieme alla figlia mentre un suo nanetto, reduce da un circo, si scatenava in una raspa messicana travolgente per fare ridere. Alla fine, un po’ con le lamette, un po’ con le offerte in cambio di un foglietto con la zirudella stampata, facevano giornata e se ne andavano tutti e tre lasciando libera la piazza ai mediatori di vacche, alle chiacchiere sul tempo, sui lavori di campagna, sul prezzo del frumento e del frumentone oltre a qualche malignità sulla vita del paese.
In piazza ho visto anche un omino che suonava l’organetto girando la manovella e guardava in alto con la speranza che qualcuno gettasse una monetina.
EVENTI IN PIAZZA
I comizi elettorali
Dalla finestra assistevo ai comizi elettorali che allora erano frequenti e, diciamo, vivaci come quello del 1958, se ricordo bene. Un rappresentante del Movimento sociale giunse in piazza una domenica pomeriggio su una topolino, salì sul palco e cominciò il suo discorso elettorale con parole molto pesanti. Quella volta i miei genitori fecero in fretta a prendermi per un braccio e portarmi a casa. Dal pubblico partirono parole, parolacce e insulti. La gente presente, praticamente tutti antifascisti e di sinistra, padri che aveva perduto il figlio in guerra, gente che aveva patito, poco alla volta si scaldarono e dovette intervenire la celere, cioè la polizia di Modena, per calmare gli animi che si acquietarono definitivamente poco dopo quando, per par condicio, iniziò il comizio del Partito Comunista, applauditissimo. Erano anni caldi, di febbre elettorale. Soliera era piena di manifesti elettorali, vota questo, vota quello, striscioni lunghi da una parte all’altra della piazza, una grande partecipazione.
I Maggio
Grande festa il I Maggio, festa dei lavoratori. Al suono di trombe e di grancassa arrivava in piazza un camion carico di … banda. I suonatori in piedi attaccavano le musiche di circostanza, marce e inni, la gente accorreva e applaudiva. Ivano Brausi, dava spettacolo a modo suo, gli altri suonatori si davano da fare a soffiare negli strumenti ma non c’era pericolo che gli venisse sete, perché la gente offriva vino in abbondanza. Ciuldéin era trionfante e spingeva a tutto fiato nella tromba che “aveva suonato in tutto il mondo, anche in Grecia durante la guerra”. Dopo qualche suonata e qualche bevuta, il camion ripartiva per portare musica e allegria nelle altre strade e in campagna. Altro vino, altri applausi. Una grande festa.
In balera
Uno dei pochi divertimenti dei giovanotti di allora era la balèra. A Soliera l’attrazione fatale erano la Conca Verde all’aperto e il Medusa in attività anche d’inverno. La sera del sabato o della domenica, d’estate, vedevo comparire da lontano tante luci traballanti che bucavano il buio della notte. Arrivavano da Via Roma ondeggiando come uno sciame di lucciole in volo. Arrivate sotto al voltone si spegnevano. Uno spettacolo poetico che non dimentico. Erano i ragazzi e le ragazze che, arrivati al nostro deposito di biciclette che per l’occasione restava aperto fino all’una di notte, lasciavano la bici e si avviavano a piedi vociando verso il locale per trascorrere la serata dopo una settimana di lavoro.
Fiera d’Agosto
Ricordo con precisione il nome di questo evento epocale per i solieresi: “Fiera di merci e bestiame – Fiera di artigianato e commercio”. L’esposizione di animali avveniva nei pressi della scuola, mentre nel campo sportivo dietro alla scuola elementare arrivavano i baracconi, l’autopista, il tiro al bersaglio e altre novità ; per l’esposizione dell’artigianato tessile e commercio si utilizzava il teatrino della scuola “G. Garibaldi”.
Pasqua
Nel periodo pasquale le due macellerie di Soliera, Vincenzi e Campagnoli, di comune accordo sfilavano per la piazza e per il mercato con un paio di buoi tirati a lucido per l’occasione, veri campioni romagnoli di bellezza e portamento, perché la gente potesse vedere e apprezzare con i propri occhi la carne che avrebbero comperato in macelleria. I commenti erano positivi sia per le bestie belle grosse, sia per l’iniziativa. Sfilata pubblicitaria promozionale, diremmo oggi, per incentivare gli acquisti.
Gli aiuti americani.
Intorno al 1954-55 quando andavo in parrocchia alla domenica insieme agli altri bambini del paese, veniva distribuito a tutti, indistintamente, un pacchetto che conteneva gallette, cioccolata e, forse, qualcos’altro. Ci dicevano che era un dono del popolo americano. La galletta non era niente di speciale, ma la cioccolata avvolta nella stagnola dorata quella sì che la ricordo ancora tanto era buona. Grazie americani!
>> “La piaza dal paes” << di Lodovico Arginelli
>> “Acqua da tre pozzi” << nota storica di Azzurro Manicardi
>>“Le mura castellane e la fossa” << nota storica di Azzurro Manicardi
21 febbraio 2021
